Ecco un esempio limpido di autore cinematografico che ha scelto di fare del proprio lavoro un ponte, un momento di incontro tra due culture tra loro apparentemente disgiunte. Stiamo parlando ovviamente della regista indiana Mira Nair, tra pochissimi giorni nelle nostre sale con il suo nuovo, toccante film “Il Destino nel nome” (The Namesake, 2006).
Fin dai suoi primi successi, che l’hanno imposta a livello internazionale, la Nair ha cercato di adoperare uno stile visivo ma soprattutto narrativo che rispecchiasse con coerenza le sue origini, ma che fosse volto allo stesso tempo ad un pubblico capace di assaporarne lo stile suadente in ogni parte del mondo. Già il bellissimo “Salaam Bombay!” (id., 1988), ambientato nelle strade più povere della metropoli indiana, metteva in luce una ricerca visiva rivolta alla semplicità estetica, ed una capacità di racconto potremmo dire universale: non a caso il film ottenne la Camera d’Or al festival di Cannes e la nomination all’Oscar per la miglior pellicola in lingua straniera.
Il momento di vero “ponte” nella carriera della Nair è stato però tre anni, dopo, quando ha accettato di girare la storia d’amore interrazziale “Mississippi Masala” (id., 1991), interpretata dalla su attrice-feticcio Sarita Choudhury ed addirittura da Denzel Washington; presentato con successo di critica a Venezia, questo lungometraggio ha definitivamente confermato la tendenza della cineasta a realizzare un cinema capace di parlare al pubblico occidentale e contemporaneamente di non rinnegare le proprie tradizioni cinematografiche e soprattutto le basi portanti della cultura indiana. Massima espressione di questo equilibrio trovato è stato il Leone d’Oro “Monsoon Wedding” (id., 2001), commovente melodramma su una famiglia che, nel momento del matrimonio della figlia, affronta e supera tutte le difficoltà e le possibili incomprensioni per riunirsi in un momento di festa. Molti hanno tacciato il film di essere apertamente “ruffiano” nei confronti del modo di fare cinema occidentale: noi ci vediamo più sinceramente un tentativo peraltro decisamente riuscito di realizzare un’opera capace di sfruttare gli stilemi più semplici dei meccanismi narrativi occidentali per raccontare con amore le qualità ma anche le contraddizioni della società indiana.
Da questo momento Mira Nair ha provato anche la strada della produzione americana/britannica, con il discontinuo ma affascinante “La Fiera delle vanità” (Vanity Fair, 2004), tratto dal capolavoro omonimo di William Thackeray ed interpretato da una conturbante Reese Whiterspoon.
Ma la vera sfida per la Nair sarà senza dubbio il suo prossimo lungometraggio, l’attesissimo “Shantaram”, storia di un uomo, Lindsay, che si rifugia a Mumbai dopo essere scappato di prigione per una storia di droga: qui proverà a mettere di nuovo in piedi le sue attività criminali. Il film è co-sceneggiato da uno degli screenwriters più acclamati di Hollywood, il premio Oscar Eric Roth, ma soprattutto vede come protagonista Johnny Depp. Per poter valutare se l’ennesima sfida accettata dalla Nair sarà vinta, dobbiamo però aspettare il 2008.


Mira Nair



