Poco interessante panegirico delle virtù e dei valori di un’America del passato apparentemente semplice e manichea.
"Men of honor"
"Men of honor"
Nonostante l’ostilità di tutti, Carl riesce a diventare palombaro. Qualche anno dopo durante una missione perde una gamba in un incidente. Ma decide di tentare la riabilitazione per poter tornare ad essere palombaro anche con una protesi e, con l’aiuto di Sunday, ci riesce.
Il commento
E’ paradossale come un film – peraltro tratto da una storia vera - che vuole mettere in luce un aspetto molto peculiare della storia dell’integrazione razziale in America, ruoti intorno ad un elemento che ne fa una delle pellicole più reazionarie degli ultimi anni. L’onore, come dice il titolo, è il motore e la spinta ai limiti del fanatismo che sta sotto ogni azione di Carl, ossessionato prima dalla parola data al padre, che gli chiede di riscattare le sue umili origini, e poi dal senso di appartenenza alla “vecchia guardia” della Marina - quella dell’immediato dopoguerra - e in particolare al corpo dei palombari. A conti fatti, poco sembra importare a Carl e ai realizzatori del film, che è stata proprio la Marina ad ostacolare in ogni modo la carriera del palombaro. Questa idea di appartenenza e di onore assume una valenza astratta, filosofica, che si impone come unico criterio di scelta del personaggio, lasciando sconcertati la maggior parte degli spettatori (almeno quelli italiani) quando il protagonista, dopo aver sofferto e fatto soffrire alla famiglia grandi privazioni e sacrifici, decide di farsi amputare la gamba sinistra massacrata da un incidente ma che i medici potrebbero salvare, per poterla sostituire con una protesi e continuare il servizio in Marina. Detto questo, la vera pecca del film è la sua particolare “classicità”, che in questo caso si esprime in una linearità narrativa e di messa in scena dilatatissima e al limite della rozzezza (in particolare negli artifici emotivi), priva di veri elementi di interesse, escludendo le pur ben realizzate e divertenti – ma purtroppo rare - sequenze subacquee. Cuba Gooding Jr, pur essendo un attore dalle non poche possibilità, non ha molto spazio per muoversi all’interno di un personaggio ossessionato da un solo sentimento. Dal canto suo Robert De Niro, confermando il suo status di mito vivente, si mette completamente e, quasi umilmente, al servizio di film e storia, e modella perfettamente il suo Billy Sunday su questi parametri di estrema semplicità. Ne viene fuori un personaggio tormentato ma costantemente al limite della macchietta militare, dal volto come sconvolto da un ictus e perennemente con una pipetta in bocca, ma che l’abilità di De Niro mantiene sempre convincente. L’attore riesce a caricare d’intensità anche l’ultima scena, che vede Carl fare dodici passi di prova coperto dalla nuova muta da palombaro all’interno dell’aula dove si decide della sua reintegrazione nel corpo. Misteriosa la presenza della pur brava Charlize Theron, nel ruolo della moglie di Billy Sunday, un personaggio che, ai fini del racconto, non ha praticamente alcuna ragione di esistere.
In sintesi
Lungo e troppo poco interessante panegirico delle virtù dell’onore e dei valori di un’America del passato apparentemente semplice e manichea.
Il giudizio
Troppo schematico, ingessato e dilatato.
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