Cento anni fa nasceva in Germania la più ambigua delle femme fatales, capace di incantare il mondo dello spettacolo per oltre tre decadi.
Marlene Dietrich
Marlene Dietrich
Già da tempo aveva trascurato il set per assecondare il conturbante timbro della sua voce in una lunga serie di concerti in tutto il mondo. Un suo grande amico, Ernest Hemingway, disse: "Se non avesse nient'altro che la voce potrebbe spezzarti il cuore. Ma ha anche un corpo stupendo e il volto di una bellezza senza tempo...".
Cento anni fa nasceva in Germania la più ambigua delle femme fatales, capace di incantare il mondo dello spettacolo per oltre tre decadi, portatrice di un erotismo sulfureo e androgino, scoperto e valorizzato dal regista Joseph Von Sternberg che, notandola in un cabaret berlinese, la volle per il suo film, L'angelo azzurro, nel 1929. Non fu solo l'inizio di un sodalizio artistico e sentimentale; Marlene si trasferì a Hollywood abbandonando per sempre il suo paese natio dal quale è stata invano inseguita, importunata, desiderata e alla fine tacciata di tradimento. Quando Hitler la corteggiò affinché diventasse la regina della Germania nazista, Marlene, per tutta risposta, iniziò a collaborare con lo USO, intrattenendo le truppe americane, rischiando la vita al fronte per portare la sua arte e il suo supporto negli ospedali da campo durante il secondo conflitto mondiale.
La Dietrich era perfetta per lo stile decadente ed espressionista di Von Sternberg; grazie ai film girati in America dopo l'exploit de L'angelo azzurro (Marocco, Disonorata, Shangai Express, L'imperatrice Caterina, Capriccio Spagnolo, Venere Bionda), la coppia diventò sinonimo di un cinema peccaminoso e disinibito; Marlene rapì il pubblico per la sua rappresentazione di una donna ammaliatrice e amorale ma al tempo stesso angelica e mistica.
"Marlene possiede il limpido fascino delle donne di ieri e l'ambiguo charme delle donne di oggi...L'uomo non è solo attorno a lei ma dentro di lei..." Basterebbe questa citazione di Hanna Schygulla per capire da dove nascesse il suo incomparabile magnetismo. Aveva il portamento di un uomo, i suoi personaggi amavano il potere ed indossare i pantaloni, la sua mascolinità piaceva alle donne e la sua sensualità stregava gli uomini.
Che interpretasse una prostituta, una cantante o una chiromante come in L'infernale Quinlan di Orson Welles, Marlene era capace di suggerire quel senso di passionalità vietata, vagamente diabolica, che contribuì a modellare anche la sua vita privata, costellata da numerosi flirt sia con uomini che con donne. Una volta disse: "In Europa non ce ne importa se sei uomo o donna – facciamo l'amore con chiunque riteniamo attraente".
Sarebbe errato comunque pensare a L'angelo Azzurro come al suo esordio cinematografico; dopo aver frequentato la scuola teatrale di Max Reinhardt negli anni '20 e dopo aver calcato il palcoscenico, interpretò ben diciassette film muti in Germania.
La fine del magico legame con Von Sternberg permise a Marlene di sfruttare il suo glamour anche in ruoli non drammatici come in Destry Rides Again del '39 nel quale non era più l'intoccabile, gelida e distante Venere bionda ma una cantante da saloon rivelando quindi anche un altro lato della sua personalità.
Il filo conduttore della sua carnalità è stato comunque l'originale stile canoro: una voce malinconica mescolata ad un parlato vigoroso con cui dal 1954 strabiliò i nightclub di tutto il mondo estrapolando dai film successi come "Falling In Love Again", "You Do Something To Me" di Cole Porter e "La Vie En Rose" da lei interpretata nel film di Hitchcock "Paura in Palcoscenico". Ma se c'è una canzone che ha posto il marchio alla sua suggestiva carriera da 'entertainer', questa è senz'altro "Lili Marleen", una canzone pacifista eseguita per la prima volta per i soldati americani durante il suo impegno antinazista, a cui non disdegnò di affiancare, nel suo repertorio degli anni sessanta, anche pezzi di Bob Dylan.
Nel frattempo le apparizioni davanti alla macchina da presa divennero più occasionali e negli anni cinquanta oltre alle già citate collaborazioni con Welles e Hitchcock, Marlene Dietrich fu ingaggiata da un altro mostro sacro, Billy Wilder, che la volle per Testimone D'accusa, dieci anni dopo averla diretta in Scandalo Internazionale.
Nel 1975 concluse a Sidney la sua lunga serie di tourneè e nel '78 apparve per l'ultima volta in Just a Gigolò al fianco di David Bowie. Poi, come detto, il ritiro e il rifiuto di essere immortalata. Il suo fare civettuolo e sfrontato non la abbandonò mai. "Dopo tutto le mie gambe non sono così belle, ma so come muoverle": una delle tante citazioni che testimoniano della mescolanza tra il portentoso e astuto charme al servizio di una silhouette indimenticabile sotto il cappello a cilindro.
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