Dall'incontro folgorante con Ingmar Bergman alla sua passione per la macchina da presa.
Liv Ullman, da attrice a regista
Liv Ullman, da attrice a regista
Il suo debutto cinematografico risale al 1959, in “The wayward girl” di Edith Carlmar, al quale seguirono altre apparizioni in film svedesi e norvegesi. Ma a segnare l’inizio di una folgorante carriera fu il suo incontro con Ingmar Bergman nel 1966, anno in cui, insieme a Bibi Anderson, interpretò uno dei capolavori del regista svedese, ovvero “Persona”. In quell’occasione non nacque solo una collaborazione artistica ma una relazione dalla quale nacque una figlia.
Il sodalizio continuò attraverso altre opere: “L’ora del lupo”(1967), “La Vergogna”(1968), “The Passion of Anna”(1969), “Sussurri e grida”(1972), “Scene da un Matrimonio”(!974), “Immagine allo specchio”(1975), “L’uovo del serpente”(1977) e “Sinfonia d’autunno”(1978). Nonostante la fine della relazione, i rapporti professionali tra Bergman e l’attrice continuano ad essere fruttuosi: oltre all’ultimo film “L’infedele”, già tre anni fa, Liv ha portato sullo schermo una sceneggiatura firmata dal regista scandinavo: “Conversazioni private”.
Da oltre dieci anni Liv Ullmann ha deciso di non accettare più alcun ruolo per dedicarsi esclusivamente alla nuova carriera dietro la macchina da presa.
Risale al 1981, tuttavia, con il cortometraggio “Parting”, da lei anche sceneggiato, il primo tentativo di misurarsi con la scrittura cinematografica. Ma il debutto vero e proprio avviene nel 1993, anno di “Sophie”, la storia di una giovane ebrea nella Danimarca del diciannovesimo secolo che lotta contro le restrittive e severe convenzioni della propria famiglia.
Ad esso seguì due anni dopo “Kristin Lavransdatter”. Liv ha scelto dunque di dedicarsi esclusivamente al lavoro di regia dove evidenti sono i richiami alla cifra stilistica di Ingmar Bergman. La scelta dei temi, infatti, ricalca l’intendimento Bergmaniano di esplorazione delle angoscie trattenute dall’animo umano, la cui rivelazione va di pari passo alla messa a nudo della crisi delle individualità dietro la maschera del prestigio sociale.
Anche stilisticamente, nell’accentuata impronta teatrale, è possibile riconoscere la sapiente ricerca estetica del suo scopritore. L’introspezione del carattere del personaggio passa continuamente attraverso l’analisi minuziosa delle parole accompagnate da una altrettanto diligente composizione fotografica, ereditata probabilmente da quell’artista di luci ed ombre che è Sven Nykvist, assiduo direttore della fotografia di Bergman nonché regista di un film, “The Ox” interpretato proprio dall’attrice norvegese.
Nell’autobiografia pubblicata nel 1977, dal titolo “Changing”, Liv documenta il suo fecondo legame con Bergman, dentro e fuori dal set, dove ha costituito, alla pari di altre, un’indispensabile musa ispiratrice per un regista che come pochi altri è riuscito a raccontare i tormenti, le crisi, le scelte delle donne assimilandone il punto di vista.
Ha ottenuto più volte la nomination all’oscar come miglior attrice e ha vinto per quattro anni di seguito il Premio della Critica Cinematografica Americana; ma il suo rapporto con Hollywood non è stato così importante come quello con la vecchia Europa.
I film prodotti negli Stati Uniti non sono mai riusciti a sfruttare al meglio le immense doti di Liv, più adatta ad un cinema introspettivo di matrice europea.
Tra i suoi lavori negli States, ricordiamo “Lost Horizon” di Charles Jarrott del 1973 e “Zandy’s bride” di Jan Troell, dell’anno successivo.
In Italia è stata diretta due volte da Mauro Bolognini (“Mosca Addio”; “Gli Indifferenti”) e una volta da Mario Monicelli (Speriamo che sia femmina).
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