Interessante l’approccio con cui l’Hollywood Reporter, testata americana da decenni impostasi come osservatorio di riferimento del mainstream americano, ha impostato la sua prima classifica delle 100 migliori partiture composte per il cinema, pubblicata il 27 aprile scorso: solo musiche di commento, senza confini geografici e – quando redatti espressamente per un film – anche spartiti con canzoni originali. Seppur con qualche sorpresa, il risultato inquadra una prassi che nonostante i trend dell’industria e i fenomeni temporanei si conferma arte solo quando virata a standard precisi ed altamente esigenti. A certificare il tutto sotto il profilo di competenza e autorevolezza, il Reporter ha fatto riferimento ad un pool di professionisti del settore – tra cui i compositori Jan A.P Kaczmarek e John Powell - incaricati di selezionare i 160 titoli votati poi da un nutrito numero di rappresentati dell’establishment e scremati nel centinaio infine consegnato alle stampe.
La vetta spetta a Nino Rota con la sua partitura per Il
padrino (1972), imperturbabile e incolume a qualsiasi modifica di gusto nel
pubblico. Subito sotto, John Williams poggia i piedi sul secondo e terzo
gradino del podio grazie ai suoi immortali score per Lo Squalo (1975) e Guerre
Stellari (1977). Al musicista caro a Spielberg spettano anche la sesta (E.T.:
L’extraterrestre, 1982), la nona (I predatori dell’arca perduta, 1981), la
sedicesima (Incontri ravvicinati del terzo tipo, 1977), la ventesima
(Schindler’s List, 1993), la trentottesima (Superman, 1978) e la quarantunesima
posizione (L’impero colpisce ancora, 1980), confermandosi voce maestra di
almeno tre decenni. Parlando di mostri sacri, compare immediatamente la prima
presenza di Ennio Morricone, al quarto posto per Il buono, il brutto, il
cattivo (1966), poi votato anche per Mission (1986, 12°), C’era un volta il
West (1969, 45°) e l’ultimo Leone di C’era una volta in America (1984, 58°). Il
quinto posto introduce un altro genio della composizione cinematografica,
Bernard Herrmann, segnalato per l’intramontabile Psycho (1960) ed altro
frequentatore assiduo della classifica, in particolare con i suoi lavori per
Hitchcock (tra cui La donna che visse due volte, 19°). Max Steiner, altro
patriarca dei dipartimenti musicali di Hollywood, ottiene l’ottavo,
l’undicesimo e il cinquantaquattresimo posto rispettivamente per Via col vento
(1939), Casablanca (1942) e King Kong (1933). Non da meno sono i colleghi
Dimitri Tiomkin (Mezzogiorno di fuoco, 1952, 61°) e Franz Waxman (Viale del
tramonto, 1950, 40°).
Uscendo dalla Golden Age, l’incredibile repertorio di
Jerry Goldsmith trova numerose collocazioni, ad iniziare dalle atmosfere noir
di Chinatown (1974, 10°) fino al demoniaco Il presagio (1976, 57°). Con lui, in
rappresentanza di una generazione di musicisti che ha profondamente inciso sull’attuale
morfologia dello scoring d’oltreoceano, imperversano anche Elmer Bernstein (I
magnifici sette, 1960, La grande fuga, 1963 e I dieci comandamenti, 1956,
rispettivamente al 15°, 17° e 71° posto), il recentemente scomparso Maurice
Jarre (Lawrence d’Arabia, 1962, 7° e Il dottor Zivago, 1965, 13°) e John Barry
(Balla coi lupi, 1990, 29°, Agente 007 Missione Goldfinger, 1964, 25°, La mia
Africa, 1985, 37°, Un uomo da marciapiede, 1969, 67° e Brivido caldo, 1981,
74°).
Alan Silvestri, James Horner e Danny Elfman sono invece i maggiori
rappresentati della modernità in lista: se il primo è rappresentato da due dei
suoi più acclamati lavori per Robert Zemeckis, Ritorno al futuro (1985) – 39° –
e Forrest Gump (1994) – 63° – e Horner dalla nota doppietta Braveheart (1995,
48°)-Titanic (1997, undici posizioni sotto), Elfman si distingue
prevedibilmente per il tandem formato con Tim Burton, da Batman (1989, 32°) a
Beetle Juice (1988, 77°).
E’ venendo alle presenze e alle assenze contemporanee che emergono le vere sorprese. C’è da riflettere su come, in una classifica stilata a quasi dieci anni dall’inizio del nuovo millennio, Hans Zimmer, indaffaratissimo patrocinatore dello scoring postmoderno, compaia soltanto tre volte (Il gladiatore, 2000, 47°, Il re leone, 1994, 64° e Rain Man, 1988, penultimo) rispetto alle copiose entrate di maestri del passato come Hermann, Goldsmith e addirittura Erich Korngold (7, 6 e 4 rispettivamente).
Sorte ancor peggiore è toccata ai suoi adepti e affiliati che dal nuovo secolo hanno monopolizzato gli ingaggi hollywoodiani (Harry Gregson-Williams, Brian Tyler, Trevor Rabin e Klaus Badelt tra i moltissimi), del tutto latitanti nella graduatoria. Vero è che il titolo più recente, perfettamente a metà classifica, risulta essere il primo Signore degli Anelli, 2001, con musiche di Shore; indice che il sedimentarsi delle musiche nel pubblico richiede tempi estesi. Le statistiche finali però giocano a sfavore dell’estetica zimmeriana, ad iniziare dalla quasi totalità di commenti prettamente orchestrali che costellano la lista (le eccezioni radicali: Momenti di gloria, 1981, 18°, Blade Runner, 1982, 35° e Halloween, 1978, ultima). Almeno l’80% degli spartiti aderisce poi ad una costituzione fortemente tematica, dove rientra anche il pop manciniano di Colazione da Tiffany (1961, 14°) e il Bacharach di Butch Cassidy (1969, 51°), così come in grado di imprimersi nella memoria sono stati anche gli estremismi sperimentali di American Beauty (1999, 24°) e del coevo Matrix (88°). Un tendenza che anche grazie ad entrate inattese, come il Takemitsu de La donna di sabbia (1964, 97°) e il Delerue de Il conformista (1970, 90°), appare libera da eventuali vizi di accademismo “sinfonico”. A margine, vale anche la pena notare come solo meno della metà degli score abbia portato a casa l’Oscar di categoria.
Si delineano dunque caratteristiche ed orientamenti generali in evidente contrapposizione con l’odierna produzione cinemusicale, soprattutto hollywoodiana. Un paradosso che accresce ulteriormente la sensazione, spesso palesata dagli stessi compositori, di un’industria ancora ben cosciente degli standard qualitativi ma troppo spesso, a fronte di insicurezze produttive e trend incalzanti, assuefatta alla facilità di riscontro di musicazioni dozzinali, fin troppo risapute e orfane dell’audacia che invece si respira a pieni polmoni nella classifica del Reporter.
Classifica che si attesta come una delle più significative tra quelle finora stilate, pur considerandone i limiti e le innegabili lacune (stupisce la completa estromissione di personalità come Basil Poledouris, Mario Nascimbene, Joe Hisaishi e James Newton Howard).
Per la lista completa:
http://www.hollywoodreporter.com/hr/content_display/news/e3i0dac803b1646d6af51c12926006ccb3e





