Il film non rinuncia a tracciare una personale traiettoria entro l'immaginario demoniaco.
"La profezia" di Janusz Kaminski
"La profezia"
Peter Kelson (Ben Chaplin) è invece un affascinante autore di best-seller che si interroga sulla genesi di efferati episodi criminali con spirito scettico e occhio scientifico. I sentieri dei due personaggi sembrano fatalmente incrociarsi quando Maya sceglie di forzare il corso degli eventi e svelare il nome del predestinato al diretto interessato.
Janusz Kaminski, spalla destra come direttore della fotografia degli ultimi cinque film di Steven Spielberg e premio Oscar per Shindler's List, sceglie di passare alla regia affidando il suo esordio a “La Profezia”.
Il film, pur non rinunciando a iscriversi sulla scia dell'Esorcista, non rinuncia a tracciare una personale traiettoria entro l'immaginario demoniaco. I temi sui quali si incentra l'attenzione scenica del regista sono, infatti, l'invisibilità del maligno nella sua onnipresenza e il sottile confine entro cui il male prende corpo nell'immaginazione.
Il film, se pur si nutre delle atmosfere sospese tipiche dell'horror e di alcuni colpi di scena, sceglie di non mettere in scena gli esorcismi se non con un punto di vista obliquo, parziale, attraverso flash back o improvvise intrusioni nella stanza dove si trova il posseduto. Il male è fuoricampo, ma è percepibile negli occhi terrorizzati di chi lo riconosce, o vi si specchia. La profezia si insinua tra gli spazi di una New York livida, opaca, a tratti quasi spettrale: la storia viene tratteggiata in uno spazio monocromo, una sorta di bianco e nero a colori, entro cui grande risalto viene dato ai contrasti di luce ed ombra, terreno privilegiato dello scontro tra bene e male.
Anime perse (Lost Souls) si muovono vertiginose entro uno spazio sospeso tra realtà, sogno e incubo, dove ogni gesto (attraverso un uso insistito del rallenty) porta con sé il peso della predestinazione. “La profezia” ha una forza stringente che non corrisponde all'emozione che è capace di trasmettere allo spettatore, quanto piuttosto all'atmosfera ricreata nel film, il cui ricordo supera lo spazio della sala buia per accompagnarsi nell'oltre dello spettatore. Più debole invece la narrazione che talvolta balbetta su particolari già noti o incede a rilento sulla scorta di una sceneggiatura un po' scialba. Se le luci e le ombre del film trafiggono i protagonisti in profondità, con un’intensità capace di condurre la storia ad un finale che riesce a spiazzare lo spettatore, meno efficaci sono le parole e i dialoghi scelti a suggello dell'invisibile presenza del maligno.
In sintesi
Meglio andare a vedere questo film con la consapevolezza che non è un orrorifico ulteriore capitolo dell'Esorcista. Per chi sceglie piuttosto di perdersi negli spazi austeri di una New York inedita senza tremare troppo di paura.
Il giudizio
Immagini eleganti, regia accurata e direzione misurata degli attori: ma, alla luce della sceneggiatura, l'immaginario demonico è debole.
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