Rispetto alla tradizione iconografica che il cinema horror del periodo classico – soprattutto quello targato Hammer – ci ha regalato, la figura del vampiro ha subito negli ultimi anni la trasformazione più profonda tra quelle che hanno rappresentato nell’immaginario collettivo il Male, l’Oscurità, in poche parole il “cattivo” per eccellenza.
Se pensiamo alla visione che attori come Christopher Lee o ancor prima di lui l’originale Bela Lugosi ci hanno dato di Dracula, immediatamente si può definire questo personaggio come spaventoso in quanto rappresentante la negazione dell’umanità attraverso una stilizzazione prima psicologica e successivamente estetica tendente in questa direzione: sguardo vitreo, movimenti raggelati, insomma un “immobilità” concettuale che il più possibile si allontana dall’umanità delle sue vittime.
A partire dagli anni ’80 la figura del vampiro si è invece molto avvicinata alle dinamiche ed alla
psicologia dell’uomo di tutti i giorni. Tale riduzione della distanza tra
vittima e carnefice ha portato ad un’umanizzazione che è stata sfruttata
soprattutto per espandere le potenzialità narrative ed in alcuni casi
metaforiche della figura stessa.
Nel citare i “nuovi vampiri” di questo periodo non possiamo parlare dello splendido “Ammazzavampiri” (Fright Night, 1985) di Tom Holland, teen-horror di costruzione lucidissima dove l’oscuro signore diventa addirittura vicino di casa del giovane protagonista: un film pieno di inventiva, assolutamente da recuperare. L’altro lungometraggio che non possiamo non consigliare è l’adrenalinico “Il buio si avvicina” (Near Dark, 1987) di Kathryn Bigelow, in cui la futura regista di “Strange Days” (id., 1995) dimostra tutta la sua capacità di realizzare cinema d’impatto assolutamente poderoso.
Passando al decennio successivo due sono le pellicole che hanno segnato in maniera indelebile la metamorfosi
della figura del vampiro, ed entrambe rispecchiano in pieno la poetica dei
rispettivi autori. Con il suo splendido, quasi sfrontato “Bram Stoker’s
Dracula” (id., 1992) Francis Ford Coppola ha ribadito il suo concetto titanico
di arte cinematografica, realizzando un’opera-contenitore di rara bellezza e
potenza espressiva. Il conte Dracula di Gary Oldman è una delle figure più
romantiche e barocche della storia del cinema contemporaneo, rinchiuso in una
gabbia che mescola senza paura toni e generi, fino ad arrivare a momenti di
grandioso impatto visivo e sonoro. L’altro film si muove su tutti altri binari:
Abel Ferrara ed il suo doloroso “The Addiction” (id., 1995) immergono la sete
di sangue in un contesto dove tale dipendenza diventa – oltre che
metaforizzazione anche troppo esplicita della tossicodipendenza – scelta
obbligata verso la perdizione: la colpa viene lavata attraverso il bagno di
sangue in uno dei finali più belli e truculenti della storia dell’horror, e
l’espiazione può passare solo attraverso la totale discesa all’inferno. Un capolavoro.
E che fine ha fatto il vampiro in questo nuovo millennio di cinema? Per il momento stiamo ancora aspettando una pellicola che ne risollevi i grandi fasti di un tempo. Fino ad ora poco o nulla ci ha veramente colpito, in quanto sembra che dall’horror si sia passati all’action fantastico: vedi lo sgangherato “Van Helsing” (id., 2004)...



