Tre capitoli per narrare una storia. La Menzogna, la Verità e l’Illusione, per descrivere il Cinema e l’arte del recitare.
L’amore probabilmente
Tre capitoli per narrare una storia. Raccontare il Cinema e l’arte del recitare attraverso la Menzogna, la Verità e l’Illusione.
“Chi non sa mentire non può fare l’attore. Il teatro è un bluff. Chi non sa barare è meglio che cambi mestiere” spiega l’insegnante di teatro (Mariangela Melato) alle allieve Sofia (Sonia Bergamasco) e alla sua amica Chiara (Rosalinda Celentano), incapaci di far rivivere sul palco lo spirito di Nora di “Casa di bambola”.
Siamo nel primo atto della trilogia. Da qui inizia la ricerca di Sofia sul mistero della recitazione attraverso la ricerca della Menzogna, fonte unica e necessaria del suo fare teatro. Sofia cade in un vortice di bugie, fonde la vita con la sua rappresentazione innescando uno psicodramma violento e crudele in cui l’attrice perde dolorosamente l’amicizia e l’amore. Sul treno che guida la sua fuga Sofia si innamora del controllore e decide di seguirlo, un uomo più vecchio di lei, gli occhi verdi e grandi e la voce bellissima. Decide di abbandonare la Menzogna per la Verità ( “Un attore può essere solo se stesso”, come recita Stefania Sandrelli in un’intervista letta su un giornale) ma per scoprire, alla fine del secondo atto, come anche la Verità possa essere feroce e sanguinosa e provocare perdite, angosce e dolore.
Infine la terza parte, l’Illusione. Un’apologia della meravigliosa alchimia tra realtà e finzione in cui nasce il Cinema. “Il segreto di un attore è l’ambiguità. L’arte è illusione, ma per illudere gli altri prima devi illudere te stessa. Insomma una brava attrice è soprattutto una povera illusa”, sono le parole in bianco e nero di Alida Valli –tratte dal film “Eugenia Grandet” del 1947- che illuminano la protagonista nel finale.
“L’amore probabilmente” è un’invenzione metacinematografica sul lavoro dell’attore su se stesso e sul mondo che lo circonda, un viaggio di formazione in tre tappe in cui la protagonista, Sofia, compie una metamorfosi artistica e sentimentale, una maturazione “da baco a farfalla” -secondo le parole del regista. I tre intervalli del cammino sono illuminati dalle testimonianze di tre presenze benevole, tre grandi attrici, Mariangela Melato, Stefania Sandrelli e Alida Valli che come Muse guidano l’attrice al compimento del suo itinerario. O almeno in parte, visto che i versi finali di Giorgio Caproni mettono in discussione tutto il viaggio, lasciando lo spettatore privo di una morale da appiccicare in epigrafe alla storia.
La realtà e il suo doppio -il cinema- si fondono e si sovrappongono continuamente, le scene girate interagiscono con le prove, ogni inquadratura è vista nelle sue mille angolazioni. La voce del regista fuori campo, le telecamere a vista, i copioni, il lavoro degli attori sui personaggi, tutto è visibile per smascherare la finzione, contribuendo a creare quel campo di connessioni e rimandi tra la realtà e la sua rappresentazione in un dialogo incessante e vorticoso. Una dialettica riuscita quasi totalmente, minata da qualche momento di stasi verso il finale.
Brava e affascinante è la protagonista Sonia Bergamasco, una carriera iniziata al Piccolo di Milano, lavori teatrali accanto a Glauco Mauri e Carmelo Bene prima di approdare al cinema con “Il Mnemonista” di Paolo Rosa. Bertolucci l’ha scoperta con felicità e gratitudine e si è appassionato alla sua recitazione, tanto da descriverla così: “Gli occhi da elfo e Mozart nella voce”. E si può dire che senza il suo volto e le sue capacità, questo film avrebbe perso molto in credibilità e attrattiva, probabilmente.
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