“Non so quante vite potrebbe salvare una barriera per suicidi”, dichiara Eric Steel, “ma una vita sarebbe un inizio”.
“Volevo aprire gli occhi alla
gente”, prosegue. “Volevo realizzare un film che parlasse dello spirito umano
in crisi, che comunicasse senza giudicare”.
Ascoltando le interviste e le
testimonianze, appare chiaro come il legame che unisce i ventiquattro suicidi
filmati non sia solo l’interminabile caduta finale dal ponte, ma soprattutto
una vita di tribolazioni provocate da perdite, disagio mentale, disperazione,
dipendenza da droghe o farmaci, oppure dallo stesso vivere. Alcuni avevano
cercato di celare le proprie intenzioni, ma la maggior parte aveva cercato
aiuto, confidandosi, parlando apertamente di suicidio.
I familiari e gli amici
si giustificano, si discolpano; il loro atteggiamento è comprensibile, ma
sottolinea un fatto: il suicidio non è un gesto che nasce dal nulla, ma
qualcosa che matura nel tempo, che affonda le radici in un ambiente permeato di
indifferenza e distacco, povero di umanità e disponibilità verso chi si trova a
disagio in questa società e in questo mondo.


Eric Steel



