Vi sono stati alcuni autori americani che hanno sviluppato una visione ed una poetica cinematografica talmente personali da diventare una specie di unicuum, una sorta di momento di cinema chiuso in se stesso ed impossibile da replicare, data la sua portata e la sua importanza. Uno di questi grandi cineasti è sicuramente John Cassavetes, il “padre” della moderna concezione di indipendenza dagli schemi e soprattutto dalle regole dell’industria hollywoodiana.
Per raccontare l’opera di Cassavetes non si può non partire dalla sua vita, che egli ha immesso con tanta forza nella sua arte da diventare un connubio quasi indissolubile: il metodo di lavoro sperimentato e portato avanti con un gruppo di colleghi/amici – attori di razza come Ben Gazzara, Peter Falk e la sua “musa” ispiratrice, la moglie Gena Rowlands – ha avuto come risultato una serie di pellicole in cui la potenza espressiva degli “happening”, delle improvvisazioni controllate su un copione prestabilito, venivano seguite da una messa in scena che ne assecondava la tangibilità, facendosi man mano sempre più stilizzata e preziosa nello sviluppo della forma/immagine.
Partendo dal suo primo capolavoro assoluto, “Volti” (Faces, 1968) fino ad arrivare alla summa estetica di “Una Moglie” (A Woman Under the Influence, 1974), possiamo infatti notare un’evoluzione della sua sapienza registica, in grado di controllare dentro una forma filmica sempre più accurata ciò che avveniva davanti la macchina da presa.
Ma il lavoro di John Cassavetes non deve essere frainteso quando si parla di autore indipendente: i meccanismi produttivi dei suoi film rispecchiano questa assoluta necessità di libertà artistica, mentre il contenuto dimostra come questo grande cineasta guardasse comunque alla storia del cinema americano, soprattutto quella dei generi, per re-interpretarla secondo la sua visione personale. Cosa sono infatti opere come l’esordio di ”Ombre” (Shadows, 1959) o la bellezza di “Gloria – Una Notte d’estate” (Gloria, 1980) se non la rivisitazione del melodramma e del gangster-movie?
Per chi come noi ha amato più di tutti un determinato periodo di cinema americano, scrivere di John Cassavetes è un onore, e regala ancora oggi una vaga sensazione di timore reverenziale. Che cosa si può dire ancora su un regista che è riuscito con tale potenza espressiva a far arrivare al pubblico la sua idea di cinema? Il tributo più sincero e veritiero che si può fare alla sua carriera è quello di relegarla definitivamente nella sua giusta posizione, che è assolutamente lontana da quello che troppi ancora oggi credono di lui: John Cassavetes non era un “improvvisatore”. Ogni sua pellicola è il risultato di un enorme sforzo collettivo in cui il gigantesco lavoro sul corpo e sulla fisicità dell’attore, unito alla costruzione precisa della sua psicologia, veniva poi ripreso in un regime di controllo estetico molto accurato, e proprio per questo capace di restituire in tutta la sua vibrante presenza la forza del momento.
Questa in sintesi l’analisi del cinema immenso di John Cassavetes, a cui il prossimo Festival del cinema di Torino dedicherà un’ampia retrospettiva: miglior modo per celebrare la bellezza e la ricchezza del cinema indipendente americano difficilmente poteva essere trovato.


John Cassavetes



