Duro e spietatamente realista, la pellicola di Ken Loach fa riflettere sul marcio degli inglesi e sotto la finta patina di benessere emerge un sordo dolore

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Duro e spietatamente realista, la pellicola di Ken Loach fa riflettere sul marcio degli inglesi e sotto la finta patina di benessere emerge un sordo dolore

Loach e la forza dell’impegno

Duro e spietatamente realista, la pellicola di Ken Loach fa riflettere sul marcio degli inglesi e sotto la finta patina di benessere emerge un sordo dolore

Non una novità, anzi, ma una solida conferma. Ebbene si, Kean Loach è uno che non ti sorprende con nuove tematiche e storie assurde o, addirittura, cambiando genere e riciclandosi in pastrocchi d’autore. Il regista inglese, vincitore un anno fa della Palma d’Oro a Cannes con Il vento fa il suo giro, colpisce nuovamente nel segno e presente alla Mostra di Venezia uno dei suoi film più riusciti: In questo mondo libero.

Il film racconta la parabola di Angie, giovane impiegata in un ufficio di collocamento per extracomunitari. Per non aver accettato le avance di un suo superiore si ritrova in mezzo ad una strada e con un figlio che le viene mantenuto dai genitori. Decide di mettersi in proprio con la sua coinquilina e aprire una azienda di reclutamento per il lavoro temporaneo di immigrati.  Inizia in nero, sognando di poter  ottenere un ufficio suo e dei sostegni, e ben presto si rende conto delle difficili condizioni dei lavoratori. Mancati pagamenti e ritardi la condurranno quasi a perdere la sua umanità.

Asciutto come da regola, solo qua e là qualche battuta proletaria, e condotto con la mano ferma di chi vuole  scendere fino in fondo nelle pieghe del marcio intorno a noi, la pellicola inglese è un perfetto ritratto della condizione sociale delle low class inglesi e non solo. Se da una parte la situazione degli stranieri può sembrare già vista e risaputa, dall’altra, invece, il personaggio di Angie e la sua famiglia ( coinquilina compresa) sono lo specchio del falso health step  di Londra. Una donna sola che non sa cosa fare dopo aver perso il lavoro e si mette in proprio è l’esempio che il regista utilizza con gli spettatori per mostrare fin dove il bisogno possa cancellare l’umanità.  Non la si ama mai la Angie di Loach, forse perché è troppo simile a noi, ne le si può stare contro, dal momento che agisce per il suo bene e per quello dei suoi cari, senza filantropia, senza pietà.  “Mors tua vitae mea”  è il suo motto e alla fine, in una perfetta circolarità, ha ragione: solo agendo per sé trova la serenità economica. Ma non è certo.

Le vessazioni della Tacher non sono lontane, ma più vicine di quello che si possa realmente immaginare e la Londra cosmopolita e  divertita che crediamo di conoscere è solo il teatro dove poveri diavoli tentano di trovare un posto o, meglio, un letto dove poter dormire. Sullo sfondo del grave problema dello sfruttamento lavorativo degli stranieri, Ken Loach ritorna stilisticamente e nematicamente alle atmosfere di Bread and Roses, ma privando di qualsiasi pentimento la protagonista. Un film, a suo modo classico, che scalda gli animi e che è sorretto dalla mostruosa bravura della sconosciuta Kierson Wareing: capelli anni 80, giacche leopardate, movenze goffe sono le effige del suo tormento e della sua disperazione.
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*Incassi del weekend del 10/02/2012

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