Film.it ha incontrato il regista di "The Contenders"
Intervista a Daniel Minahan
Intervista a Daniel Minahan
D.M: "Perché la gente è stufa di vedere solamente programmi in cui la narrazione segue delle regole precise, come per esempio le sit-com. Vuole vivere qualcosa di più reale, che esca fuori dagli schemi. E il punto centrale del film è proprio dimostrare che anche questo tipo di programmi sono finzione, perché una realtà portata agli estremi non è più realtà."
Cosa l’ha spinta a fare un film del genere?
D.M: "E’ nato dalla mia esperienza televisiva, dall’attrazione e dall’orrore che provavo nei confronti della Real TV. Mi ha affascinato l’idea di infrangere come autore le regole ed ironizzare su qualcosa che mi aveva tanto sedotto."
Durante la fase di montaggio di “The contenders” è stato trasmesso “Survivor”, questo non le ha rovinato l’effetto “sorpresa”?
D.M: "No anzi, penso che sia stato un fortunato evento. Com’è stata una fortuna non aver realizzato il film ne ’95 quando ricevetti il copione. A quell’epoca un film simile non avrebbe avuto lo stesso impatto di oggi. Dopo un programma come “Survivor” questo film non poteva che sottolinearne il paradosso."
E’ stato difficile riuscire a trovare degli attori che diventassero persone normali, apparentemente prive di attrattive?
D.M: "Qando ho scritto il ruolo di Dawn avevo bene in mente l’attrice che lo avrebbe interpretato (Brooke Smith). Ma per gli altri ho dovuto cercare a lungo, non tutti sono in grado di fornire una performance di questo tipo. Ne ho incontrati moltissimi: attori di teatro, di cinema, di televisione e persino alcuni che non erano dei veri attori. Per esempio Michael Kaycheck che interpreta Tony, l’operaio con la moglie che lo vuole lasciare, ai tempi dei provini era un poliziotto. Accade spesso che gli attori cerchino di far apparire più intelligenti i personaggi che interpretano, io ho voluto che li abbracciassero completamente, accettandone tutti gli aspetti, belli o brutti. Questo ha creato l’empatia necessaria perché il pubblico potesse amare tutti i personaggi, considerandoli delle vittime del sistema e non dei carnefici."
L’improvvisazione è la dominante dei Real Show, ce n’è stata anche nella realizzazione del film?
D.M: "Il film è stato girato in soli 21 giorni. Per dei tempi così ristretti non puoi assolutamente pensare di improvvisare. La sceneggiatura era quindi molto precisa e dettagliata e gli attori si sono dovuti attenere severamente al copione. L’unico tipo di improvvisazione accettata era quella dei cameraman che avevano grande libertà nelle riprese di quello che accadeva sul set."
Perché tempi di riprese così ristretti?
D.M: "C’erano pochi soldi. Il film è costato un milione di dollari in tutto. Però questa velocità imposta dall’economia è stata utile al film. Un ritmo forzato come per i reportage di guerra, dove si riprende quello che accade senza starci a pensare su troppo. E abbiamo risparmiato anche sulla pellicola. La mia esperienza di giornalista televisivo mi ha insegnato che più c’è materiale girato e più numerose sono le difficoltà in sala di montaggio per scegliere cosa va bene e cosa no. Oltre al tempo che si perde."
Qual è stata la parte più difficile da girare?
D.M: "La scena nel centro commerciale. Avevamo a disposizione solamente 12 ore, mentre una scena del genere avrebbe avuto bisogno almeno di tre giorni. Inoltre è stata girata l’ultimo giorno di riprese, quando tutti cominciavano ad essere esausti e io ad essere assalito da grossi dubbi riguardo a quello che stavo facendo."
Progetti futuri?
D.M: "Un thriller psicologico ambientato nella Los Angeles di oggi. Ma ci vorrà del tempo perché sto lavorando ancora sulla sceneggiatura."
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