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Interviste

Il grande regista tedesco torna a Venezia con un lungometraggio dieci anni dopo il suo ultimo film di fiction “Grido di pietra”.

Werner Herzog

Il grande regista tedesco torna a Venezia con un lungometraggio dieci anni dopo il suo ultimo film di fiction “Grido di pietra”.

Il grande regista tedesco Werner Herzog torna a Venezia con un lungometraggio dieci anni dopo il suo ultimo film di fiction “Grido di pietra”. Negli ultimi anni la produzione cinematografica di Herzog si è rivolta verso opere a sfondo documentaristico. Il visionario regista tedesco che puntò un fucile a Klaus Kinski sul set di “Fitzcarraldo” si riaffaccia alla grande sul palcoscenico del cinema con “Invincibile” la storia di un fabbro dalla forza disumana che negli anni ’30 in Germania avverte i segni dell’imminente pericolo per gli ebrei.

Com’è nata l’idea di “Invincibile” e cosa voleva raccontare?

"Ho voluto raccontare la storia di un uomo in un contesto storico ben preciso. Ci tengo a precisare che non sono un contabile della storia ma cerco una verità estetica. Prendo degli spunti storici ben evidenti ma il resto lo invento per la pura narrazione cinematografica."

Come ha scelto il personaggio di Zishe, il fabbro dai muscoli d’accaio?

"Cercavo l’uomo più forte del mondo e allora perché non prendere proprio colui che stava vincendo gli ultimi due campionati del mondo. Appena l’ho visto, ho capito che Jouko Ahola era l’uomo che stavo cercando perché la sua faccia emana sicurezza e affidabilità e da i suoi muscoli trasuda solo bontà."

L’uso della musica è fondamentale nei suoi film, perché ha dato un impronta barocca alla colonna sonora di “Invincibile?”

"Questa volta la mia esperienza nell’opera non è rilevante. Io ho un rapporto molto stretto e intenso con la musica e credo che ci debba essere sempre una coesione e una coerenza tra immagini e musica. E così siccome volevo che il film avesse un’impronta reale, dopo aver scelto per il ruolo di Zishe il vero campione del mondo per il ruolo della pianista ho scoperto Anna Gouarari che si è rivelata bravissima.
Credo di avere un talento naturale nel riconoscere in alcuni attori doti ancora inespresse, così fu per Kluas Kinski quando era un attore di serie B. Così oggi ho lanciato una pianista e un atleta e con risultati ottimi."

Come mai ha affidato il ruolo di Hanussen a Tim Roth?

"Prima di tutto Tim Roth era l’attore più adatto ad interpretare il truffatore ebreo che si finge tedesco. Tim mi è sempre piaciuto molto e in tutti i suoi film lo osservavo con particolare cura, stavo solo aspettando il ruolo adatto a lui per chiamarlo."

Questo elemento profetico che è alla base del film, e che pur con le sue dovute differenze i due protagonisti sentono e proclamano, che valore ha?

"Qui entra in gioco il privilegio del cinema di inventare storie, atmosfere e presagi che il pubblico sembra gradire. Il santone è un personaggio di grande fascino, ma non bisogna amplificare il suo potere. E’ giusto intensificare la verità, ma è anche fondamentale restare legati alla storia e alla verità."
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