A differenza del suo celebrato e ormai consacrato lavoro per il franchise di Star Wars, l’intervento musicale di John Williams per Indiana Jones è stato regolato negli anni da un processo di rigenerazione continua, come d’altronde è toccato alle direttive narrative degli stessi film incentrati sulle appassionanti avventure dell’archeologo giramondo interpretato da Harrison Ford. La sua non è una saga continuativa, piuttosto un susseguirsi non cronologico (il secondo film, Indiana Jones e il tempio maledetto, è in realtà, stando al periodo d’ambientazione, un prequel) di partecipazioni a più saghe e universi storici: dall’Arca dell’Alleanza ai crociati del Sacro Graal. Questa libertà di situazioni e collocazioni, che ben si rifà ai film seriali degli anni ’30 cui il creatore George Lucas si ispirò nel creare il famoso eroe, vanta una sola certezza, un unico soggetto ricorrente: Indiana Jones. Di conseguenza, per Williams, di situazione in situazione, le partiture approntate per ogni nuovo capitolo del progetto hanno richiesto un lavoro di ricompilazione musicale, forse anche più impegnativo rispetto all’universo di Luke Skywalker e Darth Vader, dove la fitta rete di corrispondenze tra invenzioni tematiche e personaggi, luoghi e situazioni hanno favorito la maturazione di una vero e proprio poema sinfonico rigoroso e coerente.
Per ogni film di Indiana Jones, invece, un nuovo tema d’amore (perché nuova, di volta in volta, sarebbe stata la compagna del Prof. Jones), nuovi spartiti per i personaggi secondari, un nuovo motivo per il villain di turno e uno screziata quantità di risorse tematiche per commentare gli immancabili archetipi di sceneggiatura reiterati dalla serie: gli animali che di volta in volta ostacolanao la ricerca dell’agognato reperto da scovare e le avvincenti sequenze d’azione concertate con linfa sempre nuova da Steven Spielberg.Per Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo la formula williamsiana non è cambiata. Ma alcune scelte di script in controtendenza rispetto agli assunti regolanti i passati lungometraggi hanno permesso al compositore di lustrare e recuperare alcune delle invenzioni più carismatiche del primo episodio, I predatori dell’arca perduta. Lucas e Spielberg reintroducono infatti Marion (Karen Allen), primo interesse sentimentale di Indy, permettendo al compositore di nobilitare nuovamente il suo commento (pubblicato da Concord/Universal) con tutto il romance old fashion caratterizzante il tema d’amore steso per la coppia nel 1981. Anche una citazione dal motivo oscillante e sinistro per l’Arca dell’Alleanza trova brevemente spazio in questo quarto lungometraggio e fa il paio con il sapore altrettanto ambiguo e ultraterreno del motivo per il teschio di cristallo (“Call of the Crystal”), fiore all’occhiello dei materiali inediti, che annoverano anche una perfetta, teutonica composizione (“Irina’s Theme”) per la gelida Irina Spalko (Cate Blanchett).
Williams sembra approfittare della sua origine sovietica per punteggiare la sua maestria nella scherma attraverso “fiorettature” orchestrali tipiche delle danze russe. Altrettanto influenzato dalla capacità virtuosistica dell’autore è il tema per il giovane Mutt (Shia LaBeouf), eccitato e ardimentoso come nella migliore tradizione delle partiture stese dal musicista per Harry Potter.
Resta insomma invariato, nonostante l’avvicendarsi di personaggi e rispettive creazioni melodiche, l’impianto fortemente leitmotivico tipico del comporre williamsiano; così come inappuntabile, limpida e dotata di estrema raffinatezza resta la sua calligrafia sinfonica. Ma la costante senza dubbio più apprezzata è quella della celeberrima fanfara per il protagonista (“Raiders March”, “Finale”), immortale marcia fedele ad Indiana Jones e quindi unico tema a connotare veramente l’epica quadrilogia. A riascoltarla sfolgorante nella sua immediatezza, in tutte le variazioni proposte in questo ultimo lavoro, tornano in mente le parole del compositore riguardo alla sua lontana gestazione: un lavoro non facile quello di mettere insieme “questi piccoli frammenti di grammatica musicale, per farli sembrare quasi inevitabili”.





