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Paolo Sorrentino torna al cinema con il mostro sacro della politica italiana: un Giulio Andreotti/Toni Servillo in piena forma che giustifica il male a fin di bene.

Il divo

Paolo Sorrentino torna al cinema con il mostro sacro della politica italiana: un Giulio Andreotti/Toni Servillo in piena forma che giustifica il male a fin di bene.

Dopo "Le conseguenze dell’amore nel 2004" e "L’amico di famiglia nel 2006", Sorrentino torna al cinema. Soggetto del film, sceneggiato dallo stesso regista napoletano con il supporto di Giuseppe D'Avanzo, Giulio Andreotti, l’unico italiano che può vantare di partecipare all’agone politico fin dall’età di ventisette anni, quando fu eletto all’Assemblea costituente, di essere stato ventidue volte ministro e sette volte Presidente del Consiglio.

Il film prende il via dal settimo e ultimo governo Andreotti (Toni Servillo), con corollario di andreottiani fidati che accorrono alla sua corte: Paolo Cirino Pomicino (Carlo Buccirosso), Franco Evangelisti (Flavio Bucci), Giuseppe Ciarrapico (Aldo Ralli), Vittorio Sbardella (Massimo Popolizio) e Salvo Lima (Giorgio Colangeli). Sono i primi anni Novanta, che vedono Andreotti nominato senatore a vita, l’inizio di Tangentopoli, l’omicidio di Salvo Lima a Palermo, la nomina di Oscar Luigi Scalfaro a Presidente della Repubblica, le stragi di Capaci e di via d’Amelio. Ma l’uomo che fu nominato per la prima volta Ministro nel 1954 è anche l’immagine della Democrazia Cristiana e del Potere che accompagnano dal 1969 gli eventi destabilizzatori, la “strategia della tensione”, P2, omicidi “politici”, soppressione di personaggi scomodi, suicidi: Piazza Fontana, Luigi Calabresi, Piazza della Loggia, Italicus, Aldo Moro, Emilio Alessandrini, Mino Pecorelli, Giorgio Ambrosoli, Roberto Calvi, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Michele Sindona. Andreotti sembra assistere passivamente e senza emozioni a tutti questi avvenimenti nei quali molti lo accusano di essere coinvolto.

Se Tangentopoli trascina in carcere numerosi esponenti della Democrazia Cristiana, Andreotti viene invece chiamato in causa dai pentiti della mafia siciliana, grazie ai quali fu arrestato il “capo dei capi” Totò Riina. Si chiude così, con i processi di Palermo, con l’accusa di associazione mafiosa, e di Perugia, per l’omicidio di Mino Pecorelli, che vedranno Andreotti uscire indenne da ogni imputazione, la ricostruzione di un periodo cruciale della vita politica italiana che si discosta volutamente dallo stile documentaristico e intreccia una sorta di commistione di cabaret alla Bagaglino (non dimentichiamo che Oreste Lionello fin dagli anni Ottanta impersona con tanto di orecchie e gobba il Giulio nazionale), di intromissione nella vita privata, di impressioni e confessioni che fungono come filtro per la lettura dei fatti che scorrono in sottofondo.

Tuttavia, anche se l’impianto filmico, le immagini, il montaggio, la musica, fanno de Il divo un film di altissima qualità, ciò che ne risulta non riesce ad andare oltre il mettere alla gogna un personaggio politico e un modo di fare politica (ma anche il Procuratore di Palermo Caselli è ridotto a macchietta, con gli spruzzi di lacca sulla chioma argentea), ottenendo il facile plauso dei più, ma senza approfondire in maniera più universale ciò che muove chi si trova ad esercitare il potere e i motivi per cui, come Sorrentino fa dire ad Andreotti, “sia necessario il male per avere il bene”. Spiace dover pensare di Sorrentino che si sia fatto prendere la mano dall’acredine verso la classe politica che ha a lungo governato l’Italia, adottando il motto di Andreotti per cui “a parlare male degli altri si fa peccato, ma spesso si indovina”. Una visione meno ‘divocentrica’ avrebbe consentito allo spettatore di rendersi conto che, purtroppo, la storia si ripete e che il Potere e la sua gestione a fini differenti dal bene comune sono tuttora presenti nella vita politica di ogni nazione, Italia compresa.


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