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La guerra unisce tragicamente un gruppo di poveri paesani sardi, che si trovano immersi nel gelo della neve russa a combattere una battaglia che non conoscono e non comprendono.

"SOS Laribiancos"

SOS LARIBIANCOS (I DIMENTICATI)

Il campanaro del paesino sardo Arasolè, racconta, 50 anni dopo, la sua storia e quella dei suoi compaesani appostati nel Caposaldo III, linea K, nella campagna di Russia durante la II Guerra Mondiale. I giorni scorrono in quella trincea, mentre i russi attaccano e uccidono alcuni di loro, compagni di scuola, di giochi, amici, fratelli. Quando si rendono conto di essere stati dimenticati dalla propria patria, scampati all’attacco, i sopravvissuti trovano riparo in una baracca abbandonata e lì cresce la disperazione. Il cibo finisce, le loro menti impazziscono, arrivano a mangiare topi e resti di cadaveri, pur di rimanere vivi. Intanto i ricordi del loro paese e dei loro affetti li tengono uniti più che mai.

Il commento
Regista di documentari, approdato al cinema con soli due lungometraggi (l’ultimo risalente al 1977), Piero Livi, quasi trent’anni dopo, torna al grande schermo con una storia di denuncia su un fatto ormai dimenticato: la campagna di Russia durante la II Guerra Mondiale. Ma la storia, liberamente tratta dal romanzo dello scrittore sardo Francesco Masala (“Quelli dalle labbra bianche” – da cui il titolo del film), non si ferma alla descrizione dei fatti di sangue e d’orrore tipici delle guerre. Si inoltra nel profondo degli animi di coloro che l’hanno vissuta, che l’hanno patita, che l’hanno combattuta. In particolare in un gruppo di poveri paesani, abitanti di un minuscolo centro sardo, Arasolè, confinante con uno splendido mare, che il regista rende meravigliosamente con riprese aperte e solari.
Tra una storia d’amore e una di tradimenti, si intrecciano le povere e misere vite di questi ragazzi sardi, che vivono di stenti e di affetti, e che un giorno ricevono la chiamata in guerra, per la difesa dell’adorata patria. E lì, in Russia, lontani da tutti gli affetti, patiscono la fame, il freddo, la perdita dei compagni più cari e, sopra ogni cosa, la dignità. La tragedia è così grande che ognuno di loro sogna di tornare alla propria misera vita da contadino pur di andar via da quella desolazione. Stanno combattendo una guerra che non conoscono e non capiscono. Ad Arasolè la vita è pura, lontana dal “continente” e isolata alla propria povertà. E qui si sente la denuncia a quella patria che ha dimenticato i suoi uomini in una guerra assurda e li ha resi prigionieri.
Tuttavia il ritmo con cui viene spiegata la brutalità della situazione a volte tende ad essere eccessivamente lento. La prima parte del film, la più colorata e solare, caratteristica di una vita povera ma felice, è lievemente più dinamica della seconda, che invece, nelle riprese a toni grigi e bianchi, lascia spazio, forse troppo, alla descrizione dell’atrocità e della disperazione che regnano in una trincea. Malgrado qualche ingenuità registica, sia in alcune riprese che nella direzione di alcuni attori, ad ogni modo molto bravi per essere quasi tutti al loro esordio cinematografico, il film rende in maniera chiara la voglia di contribuire al ricordo di un pezzo del nostro passato che sembra non appartenerci più.
Le battaglie, che si intravedono solo per qualche minuto, sono realizzate con pochi mezzi, anche se a volte questa povertà di risorse ha lasciato intravedere qualche scena poco credibile. Tuttavia il fulcro del messaggio non è nella battaglia in sé, ma nell’effetto che la stessa ha provocato negli uomini che ne erano coinvolti. E se anche la pellicola non rimarrà alla storia come capolavoro di denuncia sociale e politica, la morale che è sullo sfondo ha colpito ogni cuore.

In sintesi
La guerra unisce tragicamente un gruppo di poveri paesani sardi, che si trovano immersi nel gelo della neve russa a combattere una battaglia che non conoscono e non comprendono. La prigionia in Russia li “salverà” dalla disperazione.

Il giudizio
Storia affascinante, realizzazione non molto ricca.
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