Dopo diciannove anni dall’ultima avventura, Indiana Jones, al secolo
professor Henry Walton Jones jr., al secolo Harrison Ford, è tornato. Con
Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo si chiude un’era e se ne apre
un’altra. Quella (forse, se ne sarà in grado) di Shia LaBeouf.
Harrison Ford è apparso in forma più che mai e, come ha ripetuto, “è
bastato indossare il cappello e prendere in mano il frustino e Indy è tornato”.
Nessun problema quindi nel vederlo ancora nei panni inquieti e scapestrati
dell’archeologo più famoso: a sessantasei anni la magia e il fascino del
personaggio restano inattaccabili. Come ha detto Steven Spielberg: “Indy
appartiene a tutti. E’ di tutto il mondo. Ne siamo solo i custodi: il nostro
compito era di dare un seguito a ciò che il personaggio rappresenta per tutti coloro
che sono cresciuti con lui, ma anche di presentarlo a chi non aveva avuto modo
di conoscerlo”.
Cannes era
tutta per Indiana Jones domenica 18 maggio: per la Croisette si aggiravano
sosia di Harrison Ford e uomini con il ‘costume’ di Indiana; il tema musicale
di John Williams risuonava un po’ ovunque, ossessivo; la facciata del Carlton
Hotel era trasformata dai poster giganteschi del film e dei suoi personaggi,
con un ingresso costruito come un tempio nella giungla. Anche i negozi, dalla
rue d’Antibes a quelle trasversali, proponevano oggetti ispirati alla saga:
locandine, DVD, libri, cappelli, fruste, foto di Harrison Ford.
La magia del cinema e di Steven Spielberg ha fatto allegramente
regredire tutti a bambini in attesa dell’eroe che mancava da troppo tempo: e
questo eroe è Indiana Jones, che non ha nessun potere sovrumano, non è un
fumettone, ma un uomo in carne e ossa che sbaglia, si complica l’intera
esistenza, perde di vista l’amore della sua vita, vince con l’ironia e il senso
pratico.
Gli spintoni non si contavano, all’arrivo del cast, e le urla di gioia
erano impressionanti: perfino nel Palais, destinato agli addetti ai lavori, il
clima non era certo compassato. L’euforia, la ressa e le urla erano anche lì.
Il cast è arrivato al completo: da Peter Pan Steven Spielberg, in
berrettino, ad Harrison Ford sorridente, a Karen Allen, Cate Blanchett – seria
e composta – a Shia LaBeouf. Più tutti gli altri: e stiamo parlando di John
Hurt, Jim Broadbent, Ray Winstone, George Lucas…
Spielberg, oltre che Peter Pan, si è rivelato quello che si è sempre sospettato: un romanticone. E, in incontro stampa, lo ammette. “Sono un romantico e amo l’idea della famiglia, nella vita e sul set”. Indiana dichiarerà il suo amore a Marion, osservando una foto del padre (interpretato, nell’ultimo episodio, da Sean Connery) dicendo: “Tutte le donne che ho incontrato avevano un difetto: non erano te”.
“Il messaggio del film vuole essere di speranza - continua Spielberg - passando dal passato al presente, verso il futuro. La vicenda è ambientata nel 1957, all’epoca della guerra fredda, dell’odio nei confronti dei comunisti, dell’incubo della bomba atomica che io ho vissuto da bambino, quando le esplosioni nucleari erano il mio terrore. Anch’io ho avuto forti divergenze e discussioni con mio padre e ci sono voluti anni per poter riallacciare un dialogo con lui”.
“Il nostro quarto Indy è stato realizzato per accontentare il
pubblico”. Gli fa eco
Harrison Ford: “Non mi interessano i giudizi dei critici: lavoro per il
pubblico”.
E Spielberg racconta: “Sono contento di fare ormai parte della vecchia
guardia dei filmmaker americani”, e chiarisce: “Non amo i montaggi veloci e
sovrabbondanti di tanti film odierni, che impediscono di godersi le immagini.
Non mi piace lavorare sullo sfondo del blue screen, senza scenari nella natura
e senza le atmosfere. Tutti hanno un obiettivo digitale: anche nei cellulari.
Io avevo solo il super 8 e se, dopo, ho abbracciato le tecnologie più
all’avanguardia, non ho mai dimenticato una regola: stare al fianco dello
spettatore all’interno di una vicenda con immagini scelte una a una”.
E a chi osserva che nel film compaiono un po’ tutti i temi a lui cari, di altre sue pellicole, risponde: “Non solo. C’è anche un certo agnosticismo di Indy, il mio gusto per le avventure di film come la serie di 007 - a proposito, io amo Casino Royale – o di Jason Bourne. Avevo ancora i capelli scuri quando negli anni Ottanta arrivai a Cannes per la prima volta, con E.T. Ora sono un nonno ed è naturale che Indiana Jones, un mio alter ego, esprima tante mie emozioni”.
Indiana Jones ancora non è pronto per lasciare il suo cappello.
Vi ricordiamo che Indiana Jones e il regno del
tempio di cristallo sarà nei cinema dal 23 maggio.





martedì 20 maggio 2008
ore 11:48