Tentativo ammirabile ma non completamente funzionante di giallo a chiave interamente italiano.
'Un delitto impossibile'
'Un delitto impossibile'
Il commento
Tratto dal romanzo “Procedura” di Salvatore Mannuzzu e diretto da Antonello Grimaldi (“Il cielo è sempre più blu”, “Asini”), “Un delitto impossibile” è un giallo a chiave con una struttura salda e coerente.
E questo è già molto all’interno di un cinema italiano che tende quasi sempre a deviare dal tracciato della storia per dare spazio ad improbabili scatti autorali che spesso si traducono in goffe ingenuità o disastrosi squilibri narrativi. Supportato da una sceneggiatura (di Fabrizio Bettelli e Maura Nuccetelli) che risente evidentemente dei benefici strutturali di un romanzo ben costruito, Grimaldi riesce a visualizzare in modo interessante un ambiente così poco noto alla cinematografia italiana come quello sardo, e in particolare sassarese, evitando quasi ogni notazione folcloristica inutile. Con una certa encomiabile onestà Grimaldi racconta fino in fondo il suo giallo, conscio di tutti i limiti della storia, e rispettando inoltre, una certa morbosità di fondo senza dare alcun giudizio morale sui suoi personaggi (benché non riesca ad esimersi dal dare una stoccata fin troppo didascalica alla “giustizia ingiusta”). Lo stesso protagonista Piero è portatore di credibili ambiguità, un “non-eroe” in disgrazia, intelligente e disilluso. Vanno però segnalati alcuni notevoli mali che affliggono la pellicola. Carlo Cecchi, perfetto nell’aspetto e nel fisico, rimane un attore dallo stile antirealistico poco adatto a questo tipo di cinema: la sua parlata rugginosa e a tratti quasi incomprensibile stanca presto e il contrasto, che emerge nei frequenti faccia a faccia fra i due attori, con la durezza controllata e credibile dell’ottimo Marescotti, rischia in alcuni casi di trascinare il film nel ridicolo. Ed è impossibile non rilevare il problema spinoso del doppiaggio di un’ottima attrice come Angela Molina, pratica che ne dimezza l’intensità espressiva e rigetta alcuni momenti nel buio della fiction televisiva più sciatta. Da questo “buio realizzativo” Grimaldi tenta di risollevarsi mettendo in campo diverse armi linguistiche, dalla curata fotografia di Paolo Carnera all’uso della staedycam e dei frequenti carrelli. Ma spesso proprio questo modo di girare risulta ridondante e poco sensato (specie alcuni movimenti attorno ai personaggi che si confrontano verbalmente), e in definitiva incapace di creare una vera tensione, problema che in un film di ben due ore si fa sentire notevolmente. Inoltre spesso i protagonisti più che essere narrati vengono raccontati da altri personaggi, per cui, ad esempio, se la faccia pulita di Lino Capolicchio è perfetta per rendere una personalità complessa e interessante del “gaudente” giudice Garau, si sente notevolmente la mancanza di immagini che ce ne mostrino l’essenza “in azione”, e lo rendano quindi un personaggio vivo e completamente credibile.
In sintesi
Tentativo ammirabile ma non completamente funzionante di giallo a chiave interamente italiano.
Il giudizio
Onesto ma non del tutto riuscito.
HIGHLIGHTS
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