Stiamo ovviamente parlando di Brad Pitt, che sul Lido ha trionfato con il bellissimo ruolo dell’icona western Jesse James nell’elegante “The Assassination of Jesse James by the Coward Robert Ford”, diretto da Andrew Dominik. Il precedente riconoscimento era il Golden Globe ottenuto come non protagonista nel 1996 per “L’Esercito delle 12 scimmie” (Twelve Monlkeys, 1995), una delle opere più visionarie di Terry Gilliam. A completare il piccolo palmares fino ad ora ottenuto da Pitt, altre due nomination ai Globes e quella all’Oscar ottenuta sempre col lungometraggio appena citato.
Che questo western sarebbe stato un momento fondamentale della sua carriera Pitt deve averlo capito fin dal principio, perché si è battuto come poche volte nella sua carriera per realizzare tale opera come la voleva lui, andando prima contro le esigenze commerciali della Warner Bros e successivamente contro quelle artistiche del regista: “The Assassination of Jesse James…” è infatti un’opera ferma ai box della distribuzione da ben due anni, ed è stata rimontata per ben due volte per riuscire alla fine a trovare una versione che accontentasse tutte le parti in causa. Il risultato ammirato a Venezia è davvero sorprendente, e mette in luce soprattutto la raggiunta maturità interpretativa di un attore che finalmente riesce a sfruttare fascino e carisma per metterli al servizio del personaggio da lui interpretato.Il fuorilegge da lui tratteggiato rimane scolpito nella memoria dello spettatore più per l’intensità stilizzata della sua performance, giocata tutta sulla sottrazione, che per l’effettiva costruzione drammatica di una figura eccessivamente monocorde – soprattutto nella seconda parte del film.
Il trionfo veneziano potrebbe, come successo in passato per molti attori prima sottovalutati, aprire a Brad Pitt la strada verso gli Academy Award: i membri della giuria infatti sono da sempre stati sensibili ed attenti ai successi dei suoi divi fuori dall’establishment hollywoodiano, e spesso attendono proprio la consacrazione internazionale per poi regalare alle proprie “creature” la gioia dell’Oscar. Ci sono poi anche altri due fattori ad avvalorare questa ipotesi suggestiva, oltre ovviamente alla grande interpretazione di Pitt: trattandosi di un western, il film rappresenta uno dei generi per antonomasia del cinema americano; i seconda battuta, Pitt avrebbe già meritato almeno un paio di nomination all’Oscar, come ad esempio quella negatagli lo scorso anno per “Babel” (id., 2006) di Inarritu, o per la sua mitica prova di istrione nel cult generazionale “Fight Club” di Fincher. Potrebbe essere proprio splendido bandito Jesse James a mettere le cose a posto…



