Film
Un esercizio sul genere “action” niente affatto disprezzabile e, soprattutto, un racconto che per quasi due ore riesce ad intrattenere nonostante la limitatezza di alcuni elementi della messa in scena.
BAIT - L'ESCA
"Bait – L’Esca"
17/05/2001 -
Luca Persiani
“Bait – L’Esca” è essenzialmente quello che si chiama un “veicolo” per il suo protagonista, l’attore Jamie Foxx, che ha acquisito una certa fama in America grazie ai programmi televisivi “The Jamie Foxx Show” e “In Living Colour” e che abbiamo visto in Italia nel poderoso dramma sportivo “Ogni maledetta domenica” di Oliver Stone. Il film tenta dunque di mischiare le caratteristiche dell’action puro con la comicità a dire il vero decisamente poco originale e divertente del divo televisivo americano, innestate su una sceneggiatura non particolarmente ispirata e popolata di personaggi che potremmo eufemisticamente definire schematici. Con queste premesse ci si potrebbe aspettare un’opera priva di qualsiasi interesse, ma, sorprendentemente, non è così. Ci si sorprende di meno quando si legge il nome del regista, Antoine Fuqua, autore di pubblicità e di videoclip, già responsabile di un action essenziale e personale, quel “Costretti ad uccidere” con Chow-yun Fat e Mira Sorvino che trovava la sua ragione d’essere in un’ottima padronanza dei ritmi e in una sicura eleganza visiva. Certo, in “Bait” è molto più difficile per Fuqua seguire questa linea, ma alla fine ne viene fuori un esercizio sul genere niente affatto disprezzabile e, soprattutto, un racconto che per quasi due ore riesce ad intrattenere nonostante la ridotta originalità dell’intreccio e una certa antipatia generata da Foxx e dalla sua comicità. Altro punto di forza del film è l’attenzione di Fuqua per la costruzione di singole scene che, pur rimanendo nella tradizione dell’action-thriller hi-tech, vengono risolte in modo se non inedito almeno interessante, come ad esempio la corsa dei due ladri di gamberoni inseguiti dai cani. Quello che ne viene fuori è uno strano misto di azione “seria” e toni e ritmi da commedia, due elementi che il film decide di non amalgamare con equilibrio, ma a cui concede generalmente spazi separati (con una netta predilezione per l’azione), una scelta forse non proprio vincente ma interessante all’interno del cinema di questo genere che siamo abituati a veder prodotto in occidente. Fra gli attori è decisamente divertente la figura dell’agente del Tesoro Clenteen, massiccio e spietato poliziotto a una dimensione al principio della decadenza fisica interpretato da quel David Morse che ricordavamo soprattutto in ruoli di “buono” in film come “Il miglio verde”, “Dancer in the dark” e “Rapimento e riscatto”. Va citato anche Doug Hutchinson, nella parte del genio psicopatico Bristol, anche lui visto in “Il miglio verde”, in “Il momento di uccidere”, dove era uno dei due stupratori, nonché volto di Eugene Victor Tooms nel serial “X-files”. Curiosamente Hutchinson dice di essersi ispirato nella costruzione del suo inquietante personaggio dai capelli quasi rasati a zero e dai pesanti occhiali neri al leader dei REM Michael Stipe.