Il film di Julian Schnabel delude un po le attese della vigilia ma rinnova linteresse verso un regista che si assume sempre il rischio della sfida.

miral,freida pinto
Festival di Venezia 2010 - Film

Il film di Julian Schnabel delude un po’ le attese della vigilia ma rinnova l’interesse verso un regista che si assume sempre il rischio della sfida.

Miral: la nostra recensione

Il film di Julian Schnabel delude un po’ le attese della vigilia ma rinnova l’interesse verso un regista che si assume sempre il rischio della sfida.

Julian Schnabel è arrivato al Lido insieme alla compagna Rula Jebreal che per lui ha riadattato il suo romanzo autobiografico, “La strada dei fiori di Miral”, una staffetta rosa che si allunga nel tempo e si allaccia al conflitto mediorientale dalla genesi dello Stato d’Israele fino agli Accordi di Oslo del 1993.

A stabilire il tracciato è la storia di Miral (Yolanda El Karam da piccola, Freida Pinto da grande), una bambina che cresce a Gerusalemme Est. Ha il nome di un fiore che nasce per le strade e la sua storia è il germoglio di altre storie: quelle di due donne in particolare, la sua insegnante Hind, fondatrice di un orfanotrofio, e la madre Nadia, vittima di violenze ripetute, che si riflettono nella sua formazione. A queste trame si sommano le voci di chiunque abbia esercitato un’influenza su di lei, e di chi infine ha una storia simile alla sua perché Miral rappresenta la generazione allevata nel pieno dell’Occupazione e del conflitto che solo grazie all’aiuto di chi ha coltivato un sogno di pace attraverso l’amore, l’istruzione e la speranza, è riuscita a scampare ad un futuro violento e pieno d’odio.

Il film è il frutto di una coproduzione internazionalissima che coinvolge Italia, Francia, India e Israele e già nei credits è un invito al dialogo. Il legame tra la sceneggiatrice arabo-israeliana e il regista ebreo-americano rende poi questo lavoro particolarmente personale. A cominciare dalla sceneggiatura che tradisce qualche incertezza e soffre uno sguardo a tratti parziale e manicheo, ma riflette suo malgrado certe semplificazioni e leggerezze che distinguono i ricordi. A farne le spese in questo caso sono soprattutto gli uomini che sbiadiscono in una descrizione tutta bianca o tutta nera, o ancor più facilmente spariscono. Anche la struttura sbilanciata a svantaggio della storia principale che entra nel vivo a un’ora dall’inizio rende il film un po’ zoppicante e lo spettatore orfano di un reale punto di riferimento.

Schnabel ancora una volta attinge alla propria sensibilità di pittore e nel tratto emozionale di alcune pennellate registiche conferma  la capacità di scavalcare i confini e fondere intuizioni poetiche, immagini e suoni. Il disagio della violenza consumata su una donna si esprime ad esempio nel dettaglio di una macchina da presa che per la vergogna di un gesto troppo sudicio e oltraggioso indugia, si sfuoca, diventa sorda e muta e con grazia feroce commuove e ferisce. La corrente fluisce però a singhiozzo perché la bellezza dell’immagine rischia di congelarsi a fronte delle lacune della storia disordinata e, così facendo, di non aggiungere molto alla discussione se non un generico appello alla pace che non sempre  riesce a lasciarsi alle spalle il Personale per estendersi all’Universale.

Non mancano comunque le emozioni e la fascinazione per il linguaggio sospeso del cinema di Schnabel che si assume sempre il rischio della sfida. E questo piace.
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