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Dopo il primo "Flags of Our Fathers" ecco arrivare anche sui nostri schermi la seconda pellicola dedicata alla battaglia di Iwo Jima, che chiude un dittico ideato e realizzato dalla coppia Eastwood/Spielberg

Lettere da Iwo Jima

Dopo il primo "Flags of Our Fathers" ecco arrivare anche sui nostri schermi la seconda pellicola dedicata alla battaglia di Iwo Jima, che chiude un dittico ideato e realizzato dalla coppia Eastwood/Spielberg

Dopo il primo “Flags of Our Fathers” (id., 2006) ecco arrivare anche sui nostri schermi la seconda pellicola dedicata alla battaglia di Iwo Jima, che chiude un dittico ideato e realizzato dalla coppia Eastwood/Spielberg. Se il precedente lungometraggio non aveva convinto, questa volta ci troviamo di fronte ad un’opera di grandissimo impatto, sia emotivo che puramente cinematografico. Dopo le difficoltà incontrate nel doversi confrontare con la “Storia” e la retorica che essa comporta – soprattutto quando si tratta di patriottismo americano e di Seconda Guerra Mondiale – Eastwood torna ad un tipo di trama e soprattutto di toni che gli sono massimamente congeniali. Tanto infatti il primo era un film in qualche modo epico, tanto “Lettere da Iwo Jima” racconta la vicenda quasi privata dei soldati giapponesi che combatterono su quell’isola, e si muove su un livello di intimismo che all’altro sembrava essere sconosciuto. Il cineasta sciorina nuovamente la sua estrema abilità nell’immergere lo spettatore in un’atmosfera crepuscolare, dove tutta la drammaticità dell’evento si fonde insieme alla caratterizzazione del singolo personaggio. Formalmente stupendo, il film si avvale di una regia calibratissima ed insieme partecipe, aiutata dalla magnifica fotografia di Tom Stern che immerge volti e corpi nel buio delle caverne attraverso un processo di desaturazione del colore che in alcuni tratti arriva a sfiorare il bianco e nero. Eastwood racconta con la solita incredibile bravura una serie di figure sempre in bilico tra dovere patriottico ed esigenze personali, riuscendo a trovare complessità e sfaccettature anche nei momenti che ad un primo impatto potrebbero sembrare i più smaccatamente e facilmente melodrammatici. Vi sono tutta una serie di scene o semplicemente di dettagli che spiegano con efficacia la visione disillusa del regista rispetto a ciò che ci sta mostrando: solo per citare l’esempio di un flashback a nostro avviso esplicitamente nichilista: indovinate cosa dona l’ufficiale americano al generale Kuribayashi (Ken Watanabe) come dono di cocendo per la sua visita negli USA?  Il grande merito di “Lettere da Iwo Jima”, rispetto alla visione piuttosto univoca che ci veniva proposta da “Flags of Our Fathers”, è di essere una pellicola che contiene in sé tutta una serie di contraddizioni e di domande irrisolte che la rendono molto più affascinante. Il film infatti si mantiene su un equilibrio instabile di tutta una serie di dicotomie che propongono allo spettatore quesiti ai quali non è facile dare una risposta precisa. Già il principale di questi, lo scarto già accennato tra dovere di soldato e necessità di essere umano, è più volte messo in scena nel film con una complessità inaudita.

Pur non essendo un capolavoro come “Gli Spietati” (Unforgiven, 1992) o “Mystic River” (id., 2003), quest’ultima fatica dell’autore è opera di grande cinema. Non perfetto nel gestire soprattutto i ritmi della narrazione, ma appassionato e sinceramente indagatore. Un film che possiede un’anima dolorosissima e preziosa, incorniciata in una messa in scena che, ancora una volta, colpisce con la sua semplicità. Ancora una volta Clint Eastwood ci fa innamorare del suo modo di concepire il cinema.
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