Il primo film italiano in concorso racconta lemergenza di una scuola alla deriva perdendosi in un giro incompiuto che non sostiene le premesse ben piu determinate del titolo.

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Il primo film italiano in concorso racconta l’emergenza di una scuola alla deriva perdendosi in un giro incompiuto che non sostiene le premesse ben più determinate del titolo.

La scuola è finita – La nostra recensione

Il primo film italiano in concorso racconta l’emergenza di una scuola alla deriva perdendosi in un giro incompiuto che non sostiene le premesse ben più determinate del titolo.

Con “La scuola è finita” l’Italia muove la sua prima pedina in concorso al Festival capitolino. E la prima parola che viene in mente quando le luci in sala si spengono è: peccato. Peccato che la volontà di raccontare l’emergenza dell’istruzione, colpita al cuore nel nostro paese da una politica di sistematica sottrazione, venga retrocessa ad un desiderio incompiuto. Peccato che il realismo inseguito con una macchina in spalla si disperda dietro a caratterizzazioni molto fragili. Peccato che la divisione in capitoli stralunati, manchi il bersaglio e perda di vista la logica a vantaggio di un effetto lisergico  che, peccato anche questo, vorrebbe, ma non può, sostenere una poetica inefficace nel focalizzare l’obiettivo.

E’ straziante, noioso, sfinente combattere contro istituzioni cieche e insensibili. Devastante è l’assenza di stimoli alla quale i ragazzi sono abbandonati.

La situazione è assurda e inspiegabile quanto lo è precipitare dal cornicione del quinto piano senza farsi un graffio. E’ questo quello che accade ad Alex Donadei (Fulvio Forti), un alunno solitario e chiuso dell’istituto Pestalozzi, periferia romana, che si droga e vende droga nella scuola in cui si parcheggia svogliatamente perché a casa è peggio. La via più facile è lavarsene le mani, emarginare il ragazzo come una mela marcia, bocciarlo e lasciare che faccia un po’ come gli pare. Non la pensa però così Daria (Valeria Golino), l’insegnate di scienze, che con fatica tenta di opporsi a questa indifferenza con un ostinato centro d’ascolto pomeridiano, mentre il suo matrimonio con lo sciamannato professore di lettere (Vincenzo Amato) naufraga. E con più pigro lassismo e per personale necessità, la pensa così anche lui, il professore di lettere, che in Alex intuisce un talento musicale per cui vale la pena scomodarsi un po’. I problemi di Alex però finiscono per diventare parte della contesa dei due insegnanti ai ferri corti in una competizione sbilenca di persone alla deriva.

Il ritmo è discontinuo, dissonante, e a momenti in cui si ha come paura di andare in profondità (il rapporto con il padre liquidato in un ciak a Fiumicino), seguono smarchi semplicistici come il concerto sul tetto, o carichi inattesi come l’affondo ad un’informazione che non va oltre lo scandalo. Malgrado il racconto risulti abbastanza personale, la sensazione dominante è che non si voglia chiamare per nome le cose e che a farne le spese sia un messaggio molto meno assertivo di ciò che il titolo promette.

A reggere bene è paradossalmente proprio la scuola, ma nel senso più limitato di struttura scenografica, che nelle sue ferite sconsolate, nei suoi spazi offesi dal vandalismo, nella sua mostruosa trasfigurazione, risulta viva. Colpisce la fantasia.
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