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Il film mostra con sagacia la superficialità e la condiscendenza con cui la cultura occidentale ha guardato i problemi sociali e la politica di un continente come l'Africa

L'ultimo re di Scozia

Il film mostra con sagacia la superficialità e la condiscendenza con cui la cultura occidentale ha guardato i problemi sociali e la politica di un continente come l'Africa

Giunto in Uganda nei primi anni ’70 per sfuggire ad un futuro monotono in patria, lo scozzese Nicholas Garrigan (James McAvoy) si dedica alla sua professione di medico in una missione, quando accidentalmente incontra il generale Idi Amin (Forest Whitaker), che con un colpo di stato si è appena auto-proclamato presidente della nazione. Quando il dittatore rimane affascinato dalla sincerità e dai valori del ragazzo gli propone di diventare il suo medico personale, e dopo le iniziali diffidenze Nicholas accetta. Inizialmente convinto di poter veramente lavorare per aiutare il paese che lo ospita, il medico si dedica con abnegazione al sostengo del presidente. Con il passare del tempo però sarà costretto ad aprire gli occhi e confrontarsi con il vero volto di Amin, che non si rivelerà il riformista democratico che aveva promesso di essere. 

Quest’ultimo lavoro di Kevin Macdonald, di cui abbiamo amato il precedente “La morte sospesa” (Touching the Void, 2003), si di dive piuttosto nettamente in due parti tra loro non omogenee. La prima metà della pellicola verte sulla messa in scena dell’incontro e della fascinazione reciproca tra Garrigan ed Amin: il film racconta con intelligenza l’inizio e lo sviluppo di un rapporto fatto di sostanziali differenze sia etiche che culturali. Soprattutto, “L’ultimo re di Scozia” mostra con sagacia, attraverso la figura di questo giovane medico un po’ sbarazzino, la superficialità e la condiscendenza con cui la cultura occidentale ha guardato i problemi sociali e la politica di un continente contraddittorio come l’Africa a partire dagli anni ’70. In tale rappresentazione tutto funziona a meraviglia, e ci si trova ad interessarsi alla storia delle due principali figure.

La seconda parte del film sterza invece verso dei meccanismi narrativi molto più discutibili, scivolando senza alcun motivo apparente verso il melodramma e poi il thriller. Anche la regia di Macdonald diventa più confusa e tendente a ricercare l’effetto gratuito, lasciandosi sedurre con troppa facilità dalle tinte forti di un’estetica grottesca non coerente con l’inizio. A questo punto “L’ultimo re di Scozia” perde di interesse e la presa sullo spettatore si smorza tramutandosi abbastanza velocemente in delusione: perché far diventare un prodotto di genere un qualcosa che invece sembrava gettare uno sguardo originale  e non semplicistico su una storia che si prestava con tanta efficacia ad un discorso di ben altra profondità?

Rimane poi il discorso sugli due attori protagonisti, dove più che un Forest Whitaker efficace ma di routine spicca l’interpretazione del giovane James McAvoy, che tra l’altro è il vero protagonista del film. Regalare a Whitaker l’Oscar per questa pellicola sarebbe a nostro avviso un’esplicita ammissione di colpa per aver snobbato altre sue splendide performance in opere passate, come ad esempio lo straordinario Charlie Parker di “Bird” (id., 1988) di Clint Eastwood. Per il rispetto e l’ammirazione che proviamo nei confronti di questo grande caratterista, speriamo che non vinca la statuetta…
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