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Il permesso: Claudio Amendola racconta il film tra noir e sogno di western

Film.it esplora insieme all'attore e regista i suoi trent'anni di carriera: da Soldati al nuovo dramma appena arrivato nelle sale

31.03.2017 - Autore: Pierpaolo Festa (Nexta)
Claudio Amendola ha lo sguardo di ghiaccio, le sue palpebre non sbattono nemmeno per un secondo in una delle scene principali de Il permesso - 48 ore fuori. I toni di dramma e noir usati nel resto del film si fanno da parte: la sequenza dura poco più di un minuto ed è puro western. Un genere che scatena tutto l'entusiasmo dell'attore tornato a fare il regista per la seconda volta dopo La mossa del pinguino: "È il mio genere preferito: da sempre sogno di fare un western. Prima o poi lo farò. Ho ereditato questa passione da papà che li amava molto. Nel nuovo film quelle atmosfere appartengono al mio personaggio... le ho cercate. Le ho volute".

Film.it chiama Amendola al telefono per parlare del suo secondo lavoro dietro la macchina da presa. Un'avventura "nera", una storia che cerca "il genere": quella di quattro personaggi che ottengono un permesso di uscita dal carcere di Civitavecchia in cui sono rinchiusi. Seguiamo le loro vicende nei due giorni di semi-libertà che hanno ottenuto: ma il mondo esterno si rivelerà più pericoloso della prigione in cui sono rinchiusi...

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Amendola, che non aveva recitato ne La mossa del pinguino, si dirige da solo per la prima volta: "Il mio vantaggio è stato avere sul set Francesca Neri (sua compagna da ormai vent'anni): mi ha aiutato tanto a rivedermi nelle scene al monitor". 



A me piace molto vederti in ruoli come questo: nel film interpreti una specie di "vecchio samurai". Un solitario con un passato da criminale. Un ruolo che avevi già iniziato a interpretare in Suburra. Sono personaggi come questi che cerchi dopo aver superato i 50?
È chiaro che c'è una stagione e un'età per tutto. A 54 anni mi trovo molto bene in questi panni. Ed è una cosa che mi sta dando grande soddisfazione: ecco un personaggio stanco, uno che ha fatto pace col suo passato. Aveva chiuso con il passato... ed è costretto a riaprilo. Questo è molto interessante. Il bello di questo mestiere sarebbe riuscire a far combaciare perfettamente i personaggi che interpreti con l'età che hai... a 18 anni, a 30 anni e poi chiudere la carriera con i ruoli da nonno!

Poco fa hai nominato tuo padre Ferruccio. Mi chiedo quale sia stata la lezione più importante che hai imparato da lui a proposito di questo mestiere... 
Quella che mi ha dato il primo giorno che ho fatto questo lavoro. Sul set mi disse: "ragazzino, renditi conto che lì ci sono cento persone che lavorano per la faccia tua. Quindi, bocca chiusa. occhi e orecchie aperte. Stai zitto e arriva puntuale". Questa è stata la sua più grande lezione, la più utile. 

Parlavamo del fatto che ci sia un tempo e un luogo per interpretare determinati ruoli. D'altra parte però essere regista ti permette di avvicinarti ad altri personaggi nella loro creazione. Ne Il permesso ad esempio dirigi degli attori molto giovani (Giacomo Ferrara e Valentina Bellè), personaggi di punta del film...
Ed è una cosa che mi regala entusiasmo nella maniera più assoluta. Ho rivisto in loro la passione vera per questo mestiere, quella voglia e speranza che con gli anni si trasforma in altre cose. Mi ha dato la voglia di lavorare ancora con i ragazzi: sono molto ricettivi e usano comunque un linguaggio diverso e allora è bello impararlo. Sono stato io a chiedergli di tradurre in linguaggio moderno quello che avevamo scritto in sceneggiatura... e infatti c'è molto di loro nei dialoghi. 

 
Mi fai pensare a quando da ragazzo recitavi anche tu in film molto simili a questo. Hai fatto diversi film di genere nella tua carriera, quanto ti è mancata l'assenza del "genere" negli ultimi quindici anni? 
(sorride) Moltissimo. Ne ho fatti tanti film di genere ed erano soddisfazioni. Ma è una cosa un po' ciclica: si seguono alcune mode nel fare cinema e credo che il trend del fare commedia a tutti i costi si stia esaurendo. Il film di genere finalmente è ritornato.   
 
Quest'anno Soldati - 365 all'alba di Marco Risi compie trent'anni...
Ma dai!
 
Proprio così. Come lo collochi all'interno della tua filmografia? Quanto è stato importante quel film? Io credo che ancora oggi non sia invecchiato di un giorno... 
È stato un film importantissimo. Forse più di Mery per sempre. Perché quello è stato il primo ruolo serio dopo film come Vacanze di Natale e Vacanze in America. Quel film mi ha cambiato la carriera. E poi diciamoci la verità... ero bello come il sole! 
 
Sul set ti eri reso conto che stavate facendo qualcosa di veramente speciale?
Sì. Avevo la sensazione che stava succedendo qualcosa di potente. Quello di Marco Risi è stato un po' un film di svolta: é andato molto bene sia al botteghino ed è rimasto nella memoria del pubblico. Lo abbiamo girato nel 1986, cominciavo a diventare un giovane uomo. In effetti quando ho recitato in Soldati ho cominciato a credere che avrei fatto l'attore sempre. 

La tensione tra il tuo personaggio e quello di Massimo Dapporto è potentissima in quel film...
Anche secondo me, però devi sapere che si tratta del film in cui ho riso di più. Era la seconda volta che lavoravo con Massimo Dapporto e lui aveva la capacità di farti ridere in scena come nessun altro. Mi faceva degli scherzi terribili!  


 
Nell'era di sequel, prequel e remake, c'è un ruolo che ti piacerebbe rivisitare? 
No. Cioè è una cosa pericolosa. Perché bisogna prendere per forza i film grandi, quelli più importanti e si corre il rischio di rovinare la loro memoria. Vanno dunque lasciati in pace. Bisogna piuttosto concentrarsi per raccontare nuove storie italiane.
 
Verissimo, eppure film come Ultrà o Soldati - 365 all'alba sarebbero interessanti se oggi tornassero al cinema in qualche modo...
Sono due titoli che sono molto attuali. Vale la pena lasciarli così. 

Il permesso - 48 ore fuori è distribuito nei cinema da Eagle Pictures