Dopo tanti misteri e le bocche cucite di tutto il cast - pochissime voci, trapelate ogni tanto non facevano che accrescere la curiosità e l’aspettativa - "Il divo" di Paolo Sorrentino è arrivato a Cannes. La discussa e controversa operazione del regista, accusato di lavare i panni sporchi fuori casa, si apre con un glossario ‘italiano’ e termina con l’elenco delle sentenze dei processi a carico del senatore a vita Giulio Andreotti, sette volte presidente del Consiglio e ventisette volte ministro. Se il pubblico internazionale in sala rideva, quello italiano lo seguiva, con un groppo in gola, però. Ci si domanda quanto del film possa essere stato davvero recepito dagli spettatori non italiani, nonostante il glossario, augurandoci che nessuno si sia fermato all’esteriorità accattivante, e ben diretta da Sorrentino, senza cogliere fino in fondo la drammaticità di anni che noi abbiamo vissuto sulla nostra pelle.
Sorrentino, accompagnato
dal cast, tra cui Toni Servillo (che interpreta Andreotti), Anna Bonaiuto e
Piera Degli Esposti, durante la conferenza stampa, per la verità non molto
affollata, ha dichiarato di augurarsi che l’aspetto politico non prenda il
sopravvento su quello cinematografico. “Vorrei parlare di cinema…” ha
dichiarato con un’ingenuità forse eccessiva, aggiungendo che “se il film riesce
ad aprire un dibattito sul periodo della cosiddetta Prima Repubblica, ben
venga. Anche perché in Italia penso ci sia una natura occulta del Potere molto
forte: è una nostra caratteristica nascondere le cose del Palazzo”.
Sorrentino ha anche
confermato le voci che circolavano: Giulio Andreotti ha visto in anteprima il
film. La sua reazione è stata di stizza (oltre a dichiarare che sarebbe stato
meglio aspettare che lui fosse morto): “e questa è già una notizia per uno che
ha sempre reagito alle critiche e alle accuse con un’ironia feroce”.
E a chi
gli chiede perché proprio Giulio Andreotti, Sorrentino risponde che è un
progetto che ha in mente da anni, senza avere mai avuto il coraggio di andare
fino in fondo. “Poi ho cominciato a fare delle ricerche, soprattutto sui
giornali: la cosa più complicata è stata quella di selezionare episodi e
aneddoti che avevo accumulato, per cercare di ricreare questo personaggio unico
e sfuggente. Una persona che ha alimentato, nell’opinione pubblica, due anime
differenti: quella del manovratore occulto e quella del buon padre di famiglia”.
In concorso è stato
presentato anche l’atteso esordio alla regia di quel genialoide
sceneggiatore, adorato da certa
Hollywood, che è Charlie Kaufman (suoi gli script di film come Essere John
Malkovich e Se mi lasci ti cancello di Michel Gondry) con "Synecdoche, New York",
gioco di parole fra Schenectady, il luogo in cui è ambientata la vicenda, e la
sineddoche, una figura retorica. Cast stellare, da Philip Seymour Hoffman a
Samantha Morton, da Catherine Keener a Michelle Williams. Il protagonista è un
regista teatrale ipocondriaco, che vede virus e malattie dappertutto, tanto che
si ammalerà davvero, senza capire di che cosa. In incontro stampa qualcuno gli
fa notare che una scena del film rimanda a "8 ½" di Federico Felllini: al che
Kaufman risponde: “Davvero? Grazie di avermelo detto: in realtà non ho mai visto
questo capolavoro di Fellini. Vedo pochi film!”.
E non dimentichiamo "My Magic" di Eric Khoo, il regista di Singapore, che ha girato il film per lo più in lingua Tamil e che vede protagonista uno straordinario Francis Bosco, noto mago e illusionista, qui nei panni strazianti di un uomo distrutto e alcolizzato, con figlioletto di undici anni che tenta, a suo modo, di proteggere. Applausi convinti e battimano da stadio per l’attore, alla fine della proiezione ufficiale.
E’ piaciuto anche "Chelsea
on the Rocks" ( fuori concorso), la nuova regia di Abel Ferrara, con Dennis
Hopper, Ethan Hawke, Grace Jones, Milos Forman e tanti altri, spesso nel ruolo
di se stessi, che racconta il mito dell’hotel di New York al confine del
malfamato quartiere di Chelsea, costruito nel 1883 e reso famoso da molte
canzoni e dai diari di scrittori underground.





