"Il cinema deve essere
spettacolo, è questo che il pubblico vuole. E per me lo spettacolo più bello è
quello del mito". E’ un celebre aforisma attribuito a Sergio Leone, una
frase più che mai emblematica per descrivere l’impatto sul cinema che il
regista romano ebbe, ed ha tuttora, a vent’anni dalla sua morte.
Da Cannes
arriva la conferma che anche l’ultimo lavoro di Tarantino, “Inglorius Basterds”
gli rende omaggio, riproponendo uno di quei primissimi piani di cui infarcisce
le proprie pellicole, tanto che quando si rivolge al cameraman chiede
semplicemente “un Leone”, ben sapendo che altre spiegazioni siano inutili. Dall’America
all’Asia. “Era un regista
rivoluzionario e ho sempre pensato che, se anch'io un giorno fossi diventato
regista, avrei seguito il filone di questo grande Maestro. Leone ha lasciato un
segno importante nella storia del Cinema mondiale e senza di lui il genere
gangster avrebbe avuto un gran vuoto". Parole del regista coreano Kim Jee-woon che solo dieci giorni
fa ha presentato al Far East Festival di Udine “The Good, the Bad and the
Weird", versione riaggiornata e in versione occhi a mandorla dell’ultimo
episodio della famosa trilogia del dollaro, datato 1966.
Persino in un film
drammatico e recente, come “Mare dentro” di Alejandro Amenabar, viene riproposta una straordinaria
carrellata aerea con musica in crescendo che tanto ricorda l’incipit “C’era una
volta il west”. Quello di Leone
è un cinema sempre attuale, contestualizzabile nell’epoca in cui prese vita
solo per le contingenze economiche e produttive che caratterizzarono il cinema
italiano degli anni ’60 (e solo in un secondo momento americano), ma
assolutamente senza tempo se si considera l’avanguardia e unicità del
linguaggio. “Amo i primi piani perché esprimono l’anima. Di solito il
cinema li usa per evidenziare un evento particolarmente importante, mentre si
tratta della vita stessa: quando parliamo con un’altra persona o la guardiamo,
questo è un primo piano”.
La notizia di questi giorni è l’avvenuto restauro di “Giù la testa” (1971), l’ultimo spaghetti western firmato da Leone. Un’azione “dovuta” per preservare la bellezza cromatica e tecnica di uno dei più bei film del regista, anche se forse il meno “desiderato” visto che si mise dietro la macchina da presa solo dopo i rifiuti di Peter Bogdanovich e poi Sam Peckinpah. Il suo ruolo nel progetto doveva essere quello di produttore, ma quando James Coburn e Rod Steiger minacciarono di ritirarsi dal film se il regista fosse stato l'esordiente Giancarlo Santi (aiuto-regista in "C'era una volta il West), Leone si sentì costretto a prendere il progetto in mano anche da un punto di vista artistico. A Cannes, questo pomeriggio (giovedì 21 maggio), sarà presentato il restauro di questa pellicola realizzato dal laboratorio “L’Immagine Ritrovata” per la “Cineteca di Bologna”, terza tappa del cammino voluto dalla famiglia del regista attraverso la “fondazione Sergio Leone” verso il restauro dell’intera opera del regista dopo quelle di “Per qualche dollaro in più” e “Il buono, il brutto e il cattivo”.
Purtroppo a rieditare tutti i film di Leone, caso mai ce ne sarà la volontà, non ci vorrà molto tempo. Sono solo sette i film diretti completamente dal regista (Il colosso di Rodi, Per un pugno di dollari, Per qualche dollaro in più, Il buono, il brutto, il cattivo, C'era una volta il West , Giù la testa , C'era una volta in America), a cui va aggiunto quel “Gli ultimi giorni di Pompei” che Leone ereditò nel 1959 a riprese iniziate da Mario Bonnard nel frattempo ammalato. La nascita dello spaghetti western nacque da un semplice pomeriggio tra amici, quando nel 1962 Sergio Leone, Sergio Corbucci e Tessari andarono a vedere assieme "La sfida del samurai" di Akira Kurosawa. Una storia che tanto ricordava le trame western e che proprio per questo Leone decide di cercare di trasportare nel suo immaginario.
Il successo del cinema epico-mitologico degli anni ‘50, genere con cui Leone aveva fatto il suo esordio dietro la macchina da presa, stava volgendo al termine e c’era bisogno di nuove idee. I produttori della Jolly Film appoggiarono il progetto di Leone, previo il vincolo di rispettare un bassissimo budget. La chiave in tal senso fu la scelta di girare in Spagna dove i costi erano più bassi e i paesaggi naturali offerti dal territorio evitavano eccezionali spese per le scenografie. Tessari si mise a disposizione per l’aiuto regia, Eastwood divenne l’intuizione di cui tutti ancora parlano mentre Leone si firmò Rob Robertson per ricordare il padre (Robertson = figlio di Roberto. Roberto Roberti era il nome d’arte scelto dal padre di Leone, anche lui regista). Il film fu un successo tale da ripagare anche i diritti, mai acquistati e per questo legittimamente rivendicati, del film di Kurosawa (che ebbe il 50% degli incassi giapponesi più 15% degli incassi mondiali). Una storia di copyright che oggi come oggi non potrebbe esistere in un mondo globalizzato come il nostro, ma che rende bene l’idea dell’unicità di Sergio Leone. Un’assenza lunga vent’anni che però continua a vivere nelle immagini e nell’immaginario di tutti noi.





