Il Rapporto Confidenziale del TFF e dedicato al giovane regista danese, che racconta i bassifondi di Copenhagen come se fosse New York.

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Il “Rapporto Confidenziale” del TFF è dedicato al giovane regista danese, che racconta i bassifondi di Copenhagen come se fosse New York.

Torino Film Festival: Nicolas Winding Refn

Il “Rapporto Confidenziale” del TFF è dedicato al giovane regista danese, che racconta i bassifondi di Copenhagen come se fosse New York.

«La mia vita non è molto rock’n’roll, ma i miei film potrebbero esserlo». Questa frase racchiude in pieno l’essenza di Nicolas Winding Refn, regista danese cui il Torino Film festival dedica l’omaggio “Rapporto Confidenziale”.
Refn è un tipo garbato e gentile, un po’ nerd, che gira per Torino alla caccia di vinili e colonne sonore di film italiani degli anni Cinquanta e Sessanta. I suoi film, invece, sono tutto l’opposto: raccontano Copenaghen come se fosse New York, una città pericolosa e dura, popolata da pusher, prostitute, perdenti, delinquenti di ogni tipo. «Nella vita reale non sono una persona così esaltante e non credo che uno debba per forza esserlo. Penso che l’arte sia un atto di violenza, qualcosa che ti viola, ti penetra. La sessualità, l'arte e la violenza sono aggrovigliate tra loro. La violenza fisica è distruttiva, porta solo tristezza e decadenza. L’arte violenta può essere provocatoria e ispiratrice. Trovo interessante confrontarmi con qualcosa di diverso. Come con il sesso, anche nel mio lavoro bisogna sempre provare cose nuove. Il mio timore principale è quello di ripetermi e di venire etichettato: il mio intento rimane quello di spiazzare il pubblico. Devo sempre scioccare e non voglio fare delle mosse prevedibili. Credo sia per questo che ho girato i miei film. Quando non faccio film, invece, non bevo alcolici, non faccio uso di droghe, ho da sempre la stessa ragazza, ho due bambini, non esco e non socializzo molto».


Refn è un tipo che si appassiona facilmente se si parla di cinema, e ha una sua idea sia su quello del presente che del futuro: «Non si può realizzare film pensando a come il pubblico reagirà o a quanto s’incasserà. Il problema del cinema di oggi è che il pubblico è per la maggior parte composto da giovani o giovanissimi abituati a dei nuovi mezzi di comunicazione e a un rapporto con l’immagine molto diverso rispetto a qualche anno fa. Se il cinema vuole sopravvivere, deve riuscire a creare opere che possono piacere a questo nuovo pubblico. Deve, in un certo senso, essere un ponte generazionale».
 

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