Kim Ki-duk si mette a nudo. Un grido di dolore, una richiesta daiuto. E anche un bel ricatto artistico

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Film

Dopo un silenzio di quattro anni, Kim Ki-duk torna dietro la macchina da presa per raccontare la sua crisi in un film autobiografico

Arirang: la nostra recensione

Kim Ki-duk si mette a nudo. Un grido di dolore, una richiesta d’aiuto. E anche un bel ricatto artistico

Sono lontani i tempi di “Ferro 3”, ancora di più quelli di “Bad Guy” e “L’isola”. Quell'inizio di millennio sfolgorante in cui Kim Ki-duk è passato per tutti i festival più importanti del mondo, vincendo premi e venendo, giustamente e meritatamente, osannato dalla critica in ogni dove.

Poi, una crisi artistica, tre film in tono minore, “Time”, “Soffio” e “Dream”, una tragedia sfiorata proprio sul set di quest’ultimo che ha messo in crisi il cineasta coreano, sommata a una serie di amici e collaboratori che gli hanno voltato le spalle. Risultato: Kim non gira più un film dal 2008 e si sono perse le sue tracce.

Il regista Kim Ki-duk

Fino a oggi, Festival di Cannes 2011, Un Certain Regard. Thierry Fremaux, direttore del festival, presenta con gioia e orgoglio il ritorno del regista de “L’arco”, proprio a Cannes nella stessa sezione nel 2005, con un’opera autobiografica e struggente. “Arirang” è la vita filmata di Kim Ki-duk, passata in una baracca dentro cui è piantata una tenda che fa da camera da letto e sala di montaggio. Girata con una moderna fotocamera digitale della Canon, una pubblicità non da poco, il film è una confessione, un grido d’aiuto, un appello disperato da parte del suo autore al mondo del cinema, l’urlo straziante di un uomo che desidera tornare a lavorare, pur con tanti dubbi, dichiarando di essersi addirittura dimenticato come si dirige un film dopo tutto questo tempo.

La locandina di Arirang

Sprofondato nella depressione, attaccato alla bottiglia, Kim offre al pubblico due ore di riflessioni, non tutte particolarmente interessanti o brillanti, in un film che non è un film, nè tantomeno un documentario, quanto semmai un documento, un’epistola alla comunità artistica che per ora sembra avere sortito i suoi effetti. Resta, fortissimo, il dubbio che sia un’operazione non dissimile a quella di “I’m Still Here”, il mockumentary di Joaquin Phoenix.

Per saperne di più:
Seguite il nostro speciale da Cannes


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