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Visivamente accattivante, anche grazie ad un uso a tratti spurio del digitale, “Apocalypto” però denota la solita furbizia di fondo con cui Mel Gibson spaccia prodotti comunque “mainstream” come pellicole di importanza più profonda

Apocalypto

Visivamente accattivante, anche grazie ad un uso a tratti spurio del digitale, “Apocalypto” però denota la solita furbizia di fondo con cui Mel Gibson spaccia prodotti comunque “mainstream” come pellicole di importanza più profonda

Anche se vanno fatte le dovute proporzioni con il successo planetario del precedente “La passione di Cristo” (The Passion of the Christ, 2004), le metodologie con cui Mel Gibson ha ideato, costruito, pubblicizzato e realizzato questo “Apocalypto” sono decisamente simili all’altro lavoro; sfruttando una storia facilmente adattabile alle tinte “forti” predilette dall’autore – il martirio di Gesù come la scomparsa di una civiltà precolombiana – Gibson inserisce sopra una presunta ricostruzione etnologica dell’evento un sistema narrativo e visivo che invece è proprio del cinema hollywoodiano “mainstream”.

Sotto questo punto di vista, come ci era sembrata molto furba tale equazione all’epoca de ”La Passione”, a maggior ragione lo crediamo adesso che un’opera potenzialmente molto interessante come questa viene ridotta a una serie di considerazioni piuttosto superficiali sulla civiltà presa in questione, quando poi la sceneggiatura orchestra invece la narrazione secondo dei canoni che in troppi momenti molto si avvicinano all’action movie.

Gibson continua  mescolare le carte con una facilità che non ci convince del tutto: la sua abilità come “metteur en scene” si mescola con una spregiudicatezza evidente, che troppo spesso appunto sfocia in furbizia esplicita.

Apocalypto” è un film che probabilmente ad una prima visione può colpire lo spettatore con la potenza ed il ritmo della sua messa in scena, ma dopo un’analisi appena più attenta ci si accorge che il lungometraggio è poggiato su basi molto meno solide di quanto sembri. Se la prima parte del film è quella più attenta ad una ricostruzione precisa degli ambienti e del modo di vita dei personaggi principali, la seconda viene architettata come una fuga continua, avvincente quanto decisamente scollegata dal contesto iniziale.

La sceneggiatura, scritta dallo stesso Gibson insieme a Farhad Safinia, ha poi il grave torto di inserire molti simbolismi in maniera troppo meccanica all’interno dello sviluppo della trama: una maggiore attenzione nel dare la giusta importanza al significato preciso e metaforico di alcuni eventi e di alcune azioni non avrebbe generato quel senso di casualità che a tratti si respira. Va da se che comunque “Apocalypto” possiede la bellezza di un prodotto che basa la sua ragion d’essere sulla forza visiva, e riesce a catturare lo spettatore con momenti di buon cinema, anche se non particolarmente originale; i referenti principali della pellicola sembrano essere “L’ultimo dei Mohicani” (The Last of the Mohicans, 1992) di Michael Mann per le scene di battaglia e “Mission” (id., 1986) di Roland Joffe per il finale più elegiaco.

Visivamente accattivante, anche grazie ad un uso a tratti spurio del digitale, “Apocalypto” però denota la solita furbizia di fondo con cui Mel Gibson spaccia prodotti comunque “mainstream” come pellicole di importanza più profonda. Il successo che sta ottenendo come cineasta coraggioso e scomodo appare immeritato.
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