Persecution di Patrice Chereau cerca di volare alto rimanendo, purtroppo, a mezza strada. La recensione.

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“Persécution” di Patrice Chéreau cerca di volare alto rimanendo, purtroppo, a mezza strada. La recensione.

Eterna fragilità

“Persécution” di Patrice Chéreau cerca di volare alto rimanendo, purtroppo, a mezza strada. La recensione.

Lui guarda male la gente. La fissa, aggotta le sopracciglia, ma se qualcuno glielo fa notare, si sorprende, si arrabbia. E’ triste, ma non vuole ammetterlo a sé stesso. Ha una relazione con una donna che va spesso fuori per lavoro. Pensa di amarla, ma lei è diffidente, alza sempre il muro della distanza, lo cerca, ma poi scappa, non si lascia andare. Lui ha poi un amico depresso: cerca di spronarlo, ma l’altro non riesce a risollevarsi, vaga senza obiettivi, piange e ride improvvisamente. Il terzo individuo a girare intorno a Daniel, il protagonista, è un misterioso uomo che lo segue dicendo di amarlo: si insinua dentro casa mettendosi nudo nel letto, entra di nascosto di notte solo per osservarlo mentre dorme, ha preso un appartamento di fronte per tenerlo sempre vicino.

Questo è il nucleo narrativo di “Persécution” di Patrice Chéreau, in concorso al 66esimo Festival del cinema di Venezia. Come già con “Intimacy”, il regista francese cerca di scandagliare i rapporti umani. Per arrivare a questo obiettivo parte da personaggi spigolosi, di difficile lettura, uomini e donne ripresi già mentre vivono momenti di crisi e quindi difficilmente paragonabili con un prima di normalità. La persecuzione del titolo è in verità molteplice e dai vari significati. L’ “ufficiale” molestatore è l’uomo del palazzo accanto, ma lo sono in realtà tutti e quattro. Trovare qualcuno da inserire nel proprio cuore per non sentirsi più soli. Che sia amore, amicizia o pazzia, l’importante è poter mettere un pezzo nel puzzle della propria anima, anche se non è quello giusto e inserirlo significa rompere e forzare, non tendere al meglio, ma aggrapparsi a quel che si ha. A prescindere da che cosa sia.

Chéreau è consapevole dell’originalità e profondità di ciò che vuole veicolare con il proprio film, ma l’alta ambizione, purtroppo, non si sposa con un vero sviluppo narrativo: si passa e ripassa continuamente sullo stesso spunto di partenza senza andare avanti, ripetendo quanto già si è capito dopo poco. Si percepisce che dietro alcuni atteggiamenti dei personaggi si nasconde qualcosa che, se spiegato, darebbe un’altra luce alla vicenda, ma tutto rimane così criptico che la reazione dello spettatore diventa ben presto distacco. Tanto sono vicine le emozioni narrate alla quotidianità di tutti noi, quanto è lontana l’empatia che si dovrebbe provare nel rappresentarle sullo schermo. Per un film, si tratta di un limite enorme.

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