Venezia 66. Con Prove per una tragedia siciliana il regista e attore italoamericano dimostra lattaccamento alle proprie origini. Un documentario intelligente e gradevole.

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Venezia 66. Con “Prove per una tragedia siciliana” il regista e attore italoamericano dimostra l’attaccamento alle proprie origini. Un documentario intelligente e gradevole.

John Turturro e la sua Terra

Venezia 66. Con “Prove per una tragedia siciliana” il regista e attore italoamericano dimostra l’attaccamento alle proprie origini. Un documentario intelligente e gradevole.

Papà leccese, mamma siciliana. John Turturro è nato a Brooklyn, ma è bello considerarlo italiano. Almeno per gli italiani. E lui sta ricambiando sempre più l’interesse. “Prove per una tragedia siciliana” è il primo film ambientato in Italia che firma da regista. Un prossimo è in lavorazione, (dovrebbe essere una versione cinematografica e cantata di quel “Questi fantasmi” di Eduardo De Filippo che ha già portato in scena sia da noi che negli States), e chissà che in futuro non si realizzi anche qualcos’altro.

Prove per una tragedia siciliana” è un bel documentario. La solita, spesso troppo presente in lavori del genere, intervista con camera fissa è riservata solo al grande Andrea Camilleri. Le altre voci siciliane interagiscono invece con il territorio: il puparo Mimmo Cuticchio, gli attori Donatella FinocchiaroVincenzo Pirrotta, il musicologo Gioacchino Lanza Tomasi (figlio adottivo di Tomasi di Lampedusa) sono ripresi mentre accompagnano Turturro alla scoperta delle proprie radici.
Abbiamo cercato di realizzare un documento che contenesse sia il folclore che il senso più profondo dell’essere siciliano” ci ha detto oggi John Paska, co-regista del film (è amico di Turturro e lo ha diretto più volte a teatro), durante un incontro pomeridiano con un ristretto numero di giornalisti. E continua: “A differenza di John, io non ho nessun legame di sangue con l’Italia, a parte l’averne studiato la lingua. In quei luoghi mi sentivo come un bambino, non avevo punti di riferimento, se non quelle immagini che i siciliani sono riusciti a fare arrivare anche in America”.

Il fil rouge di questo viaggio è, come già lascia intuire il titolo, la morte. La relazione tra Thánatos e l’isola si rivela in tanti modi. Dalla tradizionale festa del due novembre, un tempo vero Natale dell’anno ai racconti e poesie passate di grandi autori (citato è Vitaliano Brancati) testimoni di uno sguardo regionale spesso pessimista rispetto al futuro. Centro del racconto è l’arte dei pupi. Il talento del puparo Mimmo Cuticchio, e la rappresentazione di “L’orlando furioso” diventano così il  punto di partenza per qualsiasi altro discorso.
Sicuramente mi sento più pupo che puparo, anche quando sono regista e dovrei io ad avere il controllo” ci ha dichiarato John Turturro, “dopotutto sono un attore”. Sul suo rapporto con l’italianità, ha invece affermato che “sono le azioni ciò che definiscono le persone, e le azioni cambiano a seconda della propria sensibilità. Quando ho rivisto il mio primo film da regista, Mac, mi è sembrato di vedere un film straniero. Ho potuto vedere e capire la mia sensibilità”. Un occhio quindi, non banale, ma attento, ironico e intelligente.
Proprio come ce lo saremmo immaginati prima di incontrarlo: John Turturro, in fondo, dell’Italia e della Sicilia, sembra abbia preso il meglio.

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