Contagion - la recensione del film
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Contagion - la recensione del film
Di film sulle epidemie apocalittiche ne sono stati fatti a decine, è uno dei temi più ricorrenti del cinema e ha generato un filone che spazia fra il thriller e l’horror. Per capirci, anche pellicole come “La città verrà distrutta all’alba” di George Romero, o il ciclo sugli zombie dello stesso regista, ne fanno parte insieme a film meno truculenti come “Virus letale” e “Panic in the Streets”.
Steven Soderbergh non è dunque il primo a dare la sua versione dei contagi letali, e non sarà l’ultimo di certo. Ma, per lo meno, il suo passaggio non è uguale a tanti altri. Senza realizzare niente di epocale, con “Contagion” il regista ha infatti raccontato, con una precisione clinica da documentarista, il diffondersi di un virus dal paziente zero alla cura. Il virus ha origini complesse e misteriose, e le prime vittime accertate sono un ragazzo di Hong Kong e una donna (Gwyneth Paltrow) che vive in Minnesota con il secondo marito (Matt Damon), ma che è stata in Cina per un viaggio di lavoro e ha fatto tappa a casa dell’amante, infettando nel tragitto moltissimi altri. Il contagio si espande a macchia d’olio, e con rapidità mostruosa: starà ai ricercatori e operatori della sanità americana (Laurence Fishburne, Kate Winslet, Marion Cotillard, Jennifer Ehle) cercare di arginarla e trovare un vaccino prima che sia troppo tardi. Ma è già troppo tardi: milioni di vite sono andate perse nel frattempo.
Il film si apre con una lunga sequenza senza dialoghi, punteggiata dalla musica elettronica di Cliff Martinez, in cui seguiamo i primi infetti nel loro devastante cammino. La narrazione è fluida ed efficace, asciutta e potente. Il regista si sofferma in continuazione sui dettagli, maniglie di porte, ciotole di arachidi, bicchieri, mani, volti. Il virus è un protagonista/antagonista invisibile ma in grado di rimodellare il mondo, sconvolgere vite, creare e distruggere legami. Le immagini di una San Francisco svuotata o dell’abominevole massa di asfalto e cemento delle periferie di Hong Kong sono genuinamente inquietanti, la fotografia dello stesso Soderbergh trasforma le immagini in trattati sulla sovrappopolazione che bastano e avanzano per indurre un senso di disagio e paura per il vicino.
La confezione risulta un po’ televisiva, ma ciò non toglie che Soderbergh si distingua per come non cede facilmente al pessimismo e al solito finale beffardo tipico dei film precedenti a questo. L’uomo è qui visto come una forza principalmente positiva, capace certamente di azioni terribili – saccheggi, rapine, omicidi non mancano – ma deciso a fare del proprio meglio per riprendere il totale controllo del proprio mondo, spingendosi fino a gesti eroici. Assenti, dunque, la classiche figure dei militari fascisti o delle multinazionali farmaceutiche complottiste, sostituite da quella di un blogger (Jude Law) che vorrebbe riportare la verità ma finisce vittima della paranoia e accusa tutto e tutti.
Al film manca un po’ di aggressività e provocazione, certo, ma l’intenzione di Soderbergh era semplicemente quella di raccontare una crisi sanitaria globale e la sua risoluzione, e dunque la missione è discretamente compiuta.
di Marco Triolo
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