Tratto dall’omonimo romanzo di Katherine Paterson, “Un ponte per Terabithia” si è rivelato la sorpresa di quest’inizio d’anno al box-office statunitense, incassando più di 75 milioni di dollari
Un Ponte per Terabithia
Tratto dall’omonimo romanzo di Katherine Paterson, “Un ponte per Terabithia” si è rivelato la sorpresa di quest’inizio d’anno al box-office statunitense, incassando più di 75 milioni di dollari
Tratto dall’omonimo romanzo di Katherine Paterson, “Un ponte per Terabithia” si è rivelato la sorpresa di quest’inizio d’anno al box-office statunitense, incassando più di 75 milioni di dollari – cifra destinata a salire, visto che la pellicola è ancora in più di 3.000 sale nel momento in cui stiamo scrivendo. L’esordio alla regia del produttore Gabor Csupo si presenta come un racconto di crescita e presa di coscienza decisamente adatto ad un pubblico di età non avanzata; la regia pulita, lo sviluppo lineare e fluido della sceneggiatura, una costruzione narrativa e puramente filmica che evita la presenza di scene troppo “forti” anche nei momenti più drammatici: tutte queste scelte stilistiche proiettano l’opera verso i bambini, mentre probabilmente gli spettatori più adulti storceranno il naso di fronte ad un lungometraggio vagamente melenso e no particolarmente originale nel racconto.
A parte la sempre lodevole fotografia di un grande artista come Michael Chapman, “Un ponte per Terabithia” non possiede mole qualità per cui possa essere lodato da chi svolge il lavoro di critico. Di fronte alla possibilità di realizzare un racconto di formazione denso di spunti, anche non sempre conciliatori, la scelta di “annacquare” il tutto con la solita retorica da operetta disneyana sinceramente non convince. I personaggi restano in questo modo piuttosto monodimensionali, e per di più vengono interpretati da attori incapaci di dar loro una marcia in più. In particolare la sempre bella Zooey Deschanel sembra iniziare a ripetersi in una serie di interpretazioni abbastanza uguali tra loro.
Adatto ad un pubblico non superiore ai 14 anni, “Un ponte per Terabithia” è un prodotto di routine che non scontenterà i palati più giovani, ma destinato ad essere dimenticato presto in quanto incapace di proporre un cinema interessante, sia sotto il punto di vista drammaturgico che sotto quello più squisitamente estetico. Rimane l’amaro in bocca per la mancata possibilità di fare un film veramente forte e toccante.
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