I comandi dei BOPE (battaglioni speciali della polizia carioca per la guerra al narcotraffico) si erano persino attivate per impedire la distribuzione del film fuori dal paese.
Censurarlo non sarebbe stato possibile: grazie ad una copia pirata rubata dal set, prima ancora di uscire nelle sale è stato venduto in tutti gli angoli delle strade di Rio e San Paolo e ha appassionato più di 11 milioni di persone, soprattutto quei giovani delle favelas e dei morros che al cinema non amano o non possono andare : il biglietto costa come in Italia, in un paese dove il salario minimo di un lavoratore - situazione tipica, non situazione limite - è di 130 euro al mese.
Ma anche la borghesia ha ceduto al fascino del film e più di un milione di biglietti è stato venduto nelle sale – cifra considerevole per un mercato economicamente limitato.
Purtroppo il cinema brasiliano, intimidito dal sospetto di poter favorire un’opera politicamente scorretta, accusa ribadita per altro da una rivista di prestigio internazionale come Variety, non ha saputo difendere questo scorcio iperrealista di mondo carioca e ha proposto per gli Oscar il pur bel film antifascista O ano em que o meus pais sairon de ferias, scelta senza rischi ma che non ha peraltro ottenuto nessuna nomination.
Al contrario il discusso plot di Tropa de Elite genera inquietudine: è la storia di Capitan Nascimento, un capitano delle teste di cuoio brasiliane che assieme ai suoi due luogotenenti combatte il narcotraffico accorgendosi con differenti sfumature che il Male, con la M maiuscola, trova le sue radici dentro e fuori dai territori fuorilegge delle favelas e che per sconfiggerlo bisogna farsi malvagi. Aggrappati alla purezza delle intenzioni, questi uomini concepiscono violenze e torture ma perdono in cambio la propria anima e il proprio equilibrio mentale.
Uno schema di analisi psicologica già visto in molti film di guerra e che le situazioni di guerra reali non fanno che confermare. Ed è questa la realtà che disturba : Tropa de Elite non parla di lotta tra polizia e criminali, parla di guerra. Della guerra urbana feroce e segreta che in 10 anni ha ammazzato in Brasile mezzo milione di persone, e che in una una città di samba e glamour come Rio de Janeiro provoca quasi 20 morti ammazzati al giorno. Cadaveri di poliziotti, di narcotrafficanti, di rapinatori, di rapinati, di passanti e dei disperati abitanti delle 750 favelas di Rio che non fanno notizia perché gli unici morti che scandalizzano i governanti e la stampa sono quelli che molto raramente turbano i lungomare di Ipanema e Copacabana.
Nei misteriosi anfratti dei morros si combattono invece
quotidiane piccole battaglie di Fallouja dove lo
spazio è conquistato palmo a palmo, dove la tecnologia migliore è spesso nelle
mani dei ricchissimi boss della droga, nonché capi indiscussi e indiscutibili della
favela, dotati di mezzi di intercettazione, bombe a mano, missili
anticarro e antielicolttero oltre che
del potere di vita e di morte di oltre il milione e mezzo di
abitanti/ostaggio costretti a
vivere sotto il loro dominio.
La favela di Tropa de Elite non è romantica. Le organizzazioni non governative che ci lavorano rischiano di diventare dei complici involontari di una gerarchia criminale. I giovani bene della Zona Sul che vanno a cercare un po’ d’erba nelle bocas de fumo finanziano dei banditi sanguinari che bruciano vivi i traditori in quello che in gergo viene chiamato il microonda e illuminano con strazianti torce umane le vette dei morros. Questa non è leggenda, questa è la realtà come probabilmente realtà è la corruzione dei poliziotti che sopravvivono con stipendi da fame.
Così quando nel film vediamo le forze dell’ordine che torturano il pazzo criminale che domina il morro una parte del pubblico applaude, un’altra parte si scandalizza con accuse di fascismo.
È politicamente scorretto tutto ciò o è invece la
rappresentazione fedele di una situazione di fatto, taciuta dai più eppure da
tutti molto ben percepita, che rischia, questo sì, di invogliare ad una via
breve e autoritaria di risolvere una situazione che con la sola politica sembra
insanabile?
Anche questo è Brasile e José Padilha lo rappresenta con grande efficacia e semplicità, e ci voleva Costa-Gavras, presidente della giuria a Berlino e conoscitore del paese, per riconoscere la validità di questo allarmante messaggio, che non individua buoni e cattivi né vuole prospettare soluzioni o cedere a facili moralismi.





