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Interviste

Un'attrice al primo film racconta di sé e del suo rapporto con il regista che l'ha lanciata.

Jasmine, figlia di Moretti

Jasmine, figlia di Moretti

Di “morettiano” fino a poco tempo fa aveva solo la vespa. Jasmine Trinca, vent’anni, ci raggiunge in redazione con l’autobus, perché la famosa vespa giace distrutta in un garage di Testaccio. Una ragazza che sembra timida ma che forse è solo un po’ imbarazzata, perché definirsi un’attrice le sembra quasi un peccato di presunzione, nonostante al primo film sia balzata agli occhi della critica come uno dei volti più interessanti del cinema italiano. Jasmine ama il cinema francese (“non quello dove non succede niente per tutto il film...”) ma se potesse rientrerebbe ne “La stanza del figlio” per girarlo altre mille volte. Ecco quello che esce dall’incontro con questa ragazza che si è diplomata con il massimo dei voti studiando sul treno Roma-Ancona e che ha scoperto in Moretti un nuovo padre.

Partiamo da una domanda che ti avranno fatto altre mille volte, come è stato lavorare con Moretti?

J.T. “Beh, in questo caso io sono un po’ di parte, per cui ti dico bello, ci sono tante cose che mi hanno fatto appassionare a lui. Lo dipingono come un nevrastenico, sicuramente ha le sue fisse, ma ha tante altre qualità e, per quanto mi riguarda, posso dire solo cose belle su di lui. Nanni è una persona…io glielo dico: “è come se tu fossi mio padre veramente”.

Moretti ti ha scelto dopo 2500 provini, una cifra impressionante. Secondo te cosa ha fatto in modo che la scelta ricadesse su di te?

J.T. “Ci sono due componenti. La prima, e la più importante, è quando vedi una persona che ti va a genio. Il primo provino non era di recitazione, era piuttosto un colloquio. Dopo la prima selezione c’e stato il dialogo direttamente in ufficio con lui, in cui tra l’altro lui mi ha chiesto che sport avessi fatto. Io ho detto pallacanestro”.

Sapevi che era uno dei requisiti ?

J.T. “No, in realtà non ero così agguerrita. La cosa poi è andata in crescendo, ho fatto il primo provino recitando con Laura Morante. Poi altri da sola in ufficio con lui e alla fine siamo rimaste in cinque. Non ero molto fiduciosa perché queste erano molto più “carine”, forse mi sembravano più adatte alla parte”.

Come hai saputo di essere stata presa?

J.T. “Nanni mi ha chiamato che era già estate. Io avevo quasi smesso di crederci perché erano passati due mesi dall’ultimo provino. Mi ha detto “Sto facendo delle telefonate per comunicare i risultati. Sarei felice di fare il film con te.” Anch’io ero molto felice ma non riesco molto a esprimere i sentimenti. All’inizio ero molto gratificata per il fatto di essere stata scelta tra migliaia di persone, io che non ho mai fatto scuole di recitazione e non ho mai pensato di fare l’attrice. Poi con il tempo, è subentrata la gioia di stare con lui a lavorare e non solo a lavorare”.

Con quale spirito sei andata ai provini?

J.T. “Io non ho cercato niente di tutto questo. Certamente c’è stata la voglia di provare, mi piace provare a vedere quello che posso rendere. Con il passare del tempo, non ti nascondo che volevo vincere. Sono un po’ competitiva”.

Vuoi continuare a fare l’attrice?

(ride imbarazzata) J. T. “Non dico di no. Ho avuto delle proposte che mi hanno preso in contropiede. Sono così presa dal fatto di stare in questo film, che è più forte di me, è difficile pensare di dover essere un’altra cosa. Irene non è così diversa da me. C’è stata una comunione con questo personaggio. Pensarmi in un altro ruolo mi intimorisce. Comunque mi piacerebbe lavorare con chi fa del cinema che io reputo interessante, impegnato. Anche se Nanni preferirebbe per me che continuassi a studiare all’università”.

Cosa studi?

J.T. “All’inizio ero per storia dell’arte, ma poi mi sono iscritta ad archeologia. Di per se la materia è bella e appassionante ma io mi aspettavo l’università molto diversa. Più interessante, più specifica”.

Studierai recitazione?

J.T. “No, non voglio studiare recitazione, non per il momento. E non lo dico perché mi reputi già brava, ma perché mi sembrerebbe un peccato di presunzione, una cosa falsa. Io non mi sono sentita attrice in questo film, non mi ci sento ora e non mi sembra onesto fino in fondo andare ai corsi di teatro, avere l’agente o cose del genere. Se qualcuno mi vuole per un suo film deve volermi per quello che ho fatto. Comunque c’è tempo e poi si vedrà. In realtà devo fare l’archeologa. Anche se da un po’ di tempo ho avuto un tracollo emotivo e un calo di motivazioni. Non so cosa vorrei fare, se entrare nel mondo del cinema. Mi piacerebbe molto rimanere legata a loro, a Nanni e agli altri, sono una specie di isola felice. Mi interessa molto anche la regia, (sorride imbarazzata.n.d.r.): durante la lavorazione del film per una settimana è mancata l’assistente alla regia e mi hanno proposto di sostituirla. E’ stata un’esperienza molto stimolante”.

Quali proposte ti sono arrivate?

J.T. “Una da parte di un regista esordiente che mi è arrivata ancora prima che uscisse il film. Ho chiesto consiglio a Nanni colta da timore. La seconda proposta mi è arrivata dopo la premiazione dei David di Donatello per il film di Rubini come protagonista, anche se non li ho più sentiti”.

La parte di Irene l’hai ben interpretata perché, come dicevi, non è poi così distante da te. Eppure c’erano anche alcune scene impegnative.

J.T. “In realtà è stato molto più difficile girare le prime scene, sia perché non avevo mai recitato prima, sia perché erano scene di una normalità che non mi appartiene. Le scene più difficili, penso alla rissa per esempio, o quelle più drammatiche, mi sono venute più naturali e istintive. Certo piangere non è mai facile. La scena del camerino è stata complicata. Dovendo sforzarmi di piangere non mi viene da pensare a cose tristi, perché il contesto te lo impedisce, ci sono i macchinari, la gente...è meglio aiutarsi con la fisicità, sforzando il volto con le mani”.

Sono stati felici i tuoi genitori?

J.T. "Mio padre è morto. Anche per questo ho traslato la sua figura su Nanni Moretti. Mia madre non si è mai preoccupata, è lei che fa la giovane e sono io a fare l’anziana. E poi non ha mai dato troppo risalto alle mie cose. Oppure è emozionatissima e non me lo vuole dare a vedere. Alla prima ha pianto. Mi dà fastidio però che le persone a me vicine vedano più me che il film nel suo complesso”.

Moretti ha detto che “La stanza del figlio” è uno dei suoi film più autobiografici e che, una volta entrato nel dolore del film, è stato difficile riemergere.

J.T. “Sì, lo vedevo. Soprattutto nella scena della camera ardente era molto provato, e non solo lui, erano tutti un po’ scossi. Molte persone sostengono che quella sia la parte più angosciante del film, anche se a me ha impressionato soprattutto il montaggio alternato con la Morante che urla sul letto, o le scene prima della morte che preannunciano la tragedia”.

E il tuo rapporto con Laura Morante?

J.T. “All’inizio ero un po’ circospetta nei suoi confronti, mi sembrava proprio un’attrice consumata e mi ispirava rispettoso distacco, straniamento. Poi abbiamo fatto un viaggio in treno insieme per andare ad Ancona e ho scoperto delle cose di lei che me l’hanno fatta vedere in maniera diversa. Ho molta ammirazione per le persone che dal nulla riescono da sole a crearsi qualcosa. E per lei è stato così. E’ una persona carina. Adesso tra l’altro sto frequentando la figlia che ha la mia età”.

Cosa pensi del cinema italiano?

J.T. “Da quando iniziato a recitare sono molto attenta ai film italiani, che prima invece consideravo poco. Sto anche spingendo molti amici a andare e a vederli. Sicuramente adesso si nota una grande crescita, sia nella produzione sia nel livello. Un tempo gli unici film italiani che venivamo visti erano i film di Vanzina e gli altri film di Natale. Adesso, fortunatamente, le cose sono un po’ cambiate. Apprezzo molto il lavoro che ha fatto Nanni organizzando proiezioni dei nostri film alle quali seguivano i dibattiti con i registi”.

Ti è piaciuto “L’ultimo bacio”?

J.T. “Mi è piaciuto di più il primo film di Muccino: “Come te nessuno mai”, l’ho trovato più fresco”.

Parliamo di quella fatidica notte ai David di Donatello, del fiume di lacrime...

(ride) J.T. “In genere non amo fare questo genere di cose. Nel mio pianto c’era un po’ di tutto, c’era rabbia e dispiacere per il premio mancato, sicuramente. E poi tensione accumulata, gli occhi puntati su di me. Quando Nanni ha incominciato a parlare e mi ha dedicato il premio non ce l’ho più fatta. Più tardi mi ha detto che quando mi ha visto piangere stava per scoppiare in lacrime anche lui. Ma soprattutto è stato il dispiacere per la poca considerazione che ha avuto il suo film. Certo, il premio come miglior film è sicuramente il più ambito, ma secondo me meritava ancora di più. Purtroppo in questo tipo di premiazioni c’è sempre una sottile ricerca dell’equilibrio, la volontà di fare contenti tutti. Non a caso hanno distribuito i tre premi principali tra il nostro film, “I cento passi” e “L’ultimo bacio”. Comunque, il giorno dopo, avevo la febbre da nervosismo”.

E il tuo premio mancato?

J.T. “Ho provato sicuramente un po’ d’amarezza, di rabbia e di dispiacere. Anche se nel mio premio speravo poco, sia perché avevo contro un’icona del cinema italiano, sia perché, per la solita storia degli equilibri, era impensabile che dessero allo stesso film il riconoscimento come miglior attrice protagonista e non protagonista. Mi aspettavo dalla Sandrelli almeno un saluto, un cenno, una vaga approvazione, che non è arrivata. E questo mi è dispiaciuto. In compenso mi ha fatto molto piacere ricevere i complimenti di persone che non erano tenute a farlo come Lo Cascio”.

Cosa ne pensi del trascurato “Le fate ignoranti”?

J.T. “Sicuramente la Buy meritava un riconoscimento, a me personalmente piace moltissimo”.

Un giudizio finale sui David?

J.T. “Mi è sembrato un po’ il festival delle cariatidi, delle vecchie stelle vestite a festa che si ostinano ad apparire malgrado del cinema non gliene importi nulla”.

E invece come è andata da Ciampi?

J.T. “Credo che il presidente sia abituato a stringere mani e a condurre cerimonie. E poi mi vedi come sono vestita (jeans e scarpe da ginnastica n.d.r.) e invece lì era una cosa molto formale, bisognava impettirsi e vestirsi bene. Il presidente comunque mi ha detto “Rallegramenti signorina”. Invece con la Melandri è stato divertente, c’era mia nonna che le vende il pesce e che la chiamava: “Ministro, ministro, guardi mia nipote!...” (ride, n.d.r.) Purtroppo uno gli amici se li sceglie, con la famiglia è un po’ più complicato”.







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