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TRAIN DE VIE

TRAIN DE VIE

TRAIN DE VIE

PROFILO CRITICO La comicità caustica e paradossale della tradizione ebraica ha sempre avuto la capacità di ridere anche sulle tragedie più estreme (vedi il teatro di Moni Ovadia). E “Train de vie” è proprio questo: un tentativo di creare una farsa popolare di stampo corale, seguendo le peripezie di un ristretto gruppo di persone, metafora di un intero popolo, che ad una situazione inumana risponde con fantasia e spirito organizzativo. Il regista di origini rumene Radu Mihailenau (di cui in Italia si è visto anche il drammatico “Tradire”, 1993) scatena una torma di attori abili e divertiti in una specie di danza contro il massacro fatta di continue gag paradossali e audaci, su cui giganteggia la geniale trovata dell’ebreo che si finge gerarca tedesco e viene un po’ troppo coinvolto dalla sua recita. Molto più costruito e articolato del pur intenso “La Vita è Bella”, che si basava tutto sull’arte istrionica del guitto Benigni, “Train de vie” ha una struttura ben calibrata, un buon ritmo e una capacità di creare tensione ed empatia per i personaggi in pericolo che poche commedie possiedono. La costruzione del treno della fuga e la messa in scena dell’inganno somigliano all’allestimento di una commedia di un nuovo tipo di teatro, un teatro “estremo” in cui gli spettatori (i gendarmi nazisti) sono in numero decisamente minore degli attori (un villaggio), i quali per contro recitano per garantirsi un diritto basilare che gli viene negato dalla politica di un’intera nazione. Il film si sviluppa con toni di farsa, che vedono le situazioni più esilaranti nascere dalla classica situazione del genere in cui il pubblico è a conoscenza di tutti gli avvenimenti, mentre i protagonisti non hanno che una visione parziale che genera equivoci e tensioni. Come in ogni farsa che si rispetti, l’astuzia, la tenacia e il candore dei protagonisti vengono doverosamente premiate, e in questo caso il premio è la sopravvivenza, a differenza di una realtà storica fatta prevalentemente di morte e dolore. Ma la realtà, inaspettata e prepotente, sbucherà fuori anche qui, in uno dei sottofinali più agghiaccianti del cinema contemporaneo.
PROFILO TECNICO Inserito il disco nel lettore, ci vengono mostrati il logo del DVD, i Copyright Warning, e il logo CVC, tutto in Dolby Digital 5.1 (e anche molto coinvolgente!), e veniamo trasportati nel menu statico. Iniziamo la visione del film (diviso in 12 capitoli), notando da subito la qualità della compressione, con artefatti presenti in quantità minime, e mai rilevanti, in quanto visibili per lo più in scene scure, e la definizione, elevata grazie all’uso del video anamorfico (derivato dall’originale 1:2,35 cinematografico, qui rispettato in pieno). L’audio, presente in versione Dolby Digital 2.0, codificato surround , direttamente derivato dall’originale Dolby SR cinematografico, e nella versione 5.1 rielaborata dallo stesso master. Le differenze tra le due tracce sono poche, ma notevoli: innanzitutto la colonna 2.0 contiene dei rumori ambientali di sottofondo di volume leggermente più elevato rispetto al DD 5.1, cosa che contribuisce non poco all’immersione nell’atmosfera del film, mentre, di contro, la colonna 5.1 vanta di una certosina rielaborazione dell’audio originale, con panning frontali, anche vocali, molto frequenti, non presenti nella versione 2.0 (un esempio per tutti: ascoltate la voce di donna a 00h 05’ 08’’ sia nella versione 2.0 che in quella 5.1) riguardo la timbrica, le due colonne si equivalgono, sebbene si nota un maggiore apporto di basse frequenze in quella multicanale. Quest’ultima colonna, inoltre, presenta un volume ben più basso della versione 2.0, ma di certo non è un difetto che una manopola del volume non può risolvere!
EXTRA Questa sezione non è proprio tra le più fornite. Qui troviamo solamente un trailer italiano in DD 2.0 e delle scarne schede biografiche sul regista Radu Mihaileanu e Goran Bregovic (autore della bellissima colonna sonora), in ragione di due pagine ciascuno.
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