Il ritorno di Alan Parker, un thriller sulla pena di morte. Con Kevin Spacey.
The Life of David Gale
Il ritorno di Alan Parker, un thriller sulla pena di morte. Con Kevin Spacey.
Per ironia della sorte, la sedia elettrica che David Gale cerca di abrogare finisce per reclamarlo a gran voce: Gale infatti è condannato a morte per l’omicidio e lo stupro di Costance (Laura Linney), la sua compagna di lotte, trovata morta con una busta di plastica in testa e i polsi ammanettati. Fra quattro giorni la sua condanna verrà eseguita.
E’ questo il tempo che ha a disposizione Bitsey Bloom (Kate Winslet), agguerrita cronista del ”News”, per realizzare un’intervista con il condannato a morte da sbattere in prima pagina. Ma nel corso dei suoi colloqui con Gale, Bitsey si convincerà dell’innocenza del professore e ingaggerà una lotta contro il tempo per portare a galla la verità. Prima che la foto di Gale venga segnata dall’ennesima croce rossa nei poster di DeathWatch.
Seguono numerose rivelazioni e sensazionali colpi di scena che è impossibile raccontare senza rovinare la visione del film. Perché ”The life of David Gale”, nonostante sia un pamphlet contro la pena di morte, è soprattutto un thriller fatto di suspence, rivelazioni e tensione a fior di pelle. C’è proprio tutto: la pioggia battente, la giornalista senza scrupoli a caccia del Pulitzer, le videocassette rivelatrici.
Alan Parker ha riesumato il copione di Charles Randolph -professore di filosofia - che giaceva dal ’98 sotto centimetri di polvere in uno scaffale della Warner Bros., e lo ha trovato perfettamente in linea con la sua visione che, dai tempi di ”Mississipi Burning”, si mantiene sempre in un bilico tra la vis politica e le esigenze dello spettacolo. ”The Life of David Gale” rappresenta una felice sintesi tra le due urgenze.
Basterebbe anche il solo Kevin Spacey a illuminare il film, eccezionale sia nella veste di padre amorevole e stimato professore, che in quella di alcolizzato nel Braccio della Morte (gran prova d’attore il suo monologo etilico sul sacrificio socratico).
Il finale, che arriva come un pugno alla bocca dello stomaco, rischia di mischiare un po’ le carte, di annacquare il messaggio dietro dubbi poco rassicuranti: ma l’ambiguità, precisa Alan Parker, è voluta. Una provocazione artistica che abbia lo scopo di stimolare il dibattito intorno a un tema delicato come la pena capitale, dove niente può essere dato per scontato.
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