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Troppo discontinuo ma assolutamente mirabolante nella sua confezione, il film di Aronofsky conferma dunque il suo innegabile genio, ma tradisce anche la sua immatura sregolatezza

L'albero della vita

Troppo discontinuo ma assolutamente mirabolante nella sua confezione, il film di Aronofsky conferma dunque il suo innegabile genio, ma tradisce anche la sua immatura sregolatezza

Come lasciava ampiamente presagire il pur folgorante “Requiem for a Dream” (id., 2000), Darren Aronofsky non è un autore che sceglie la via più semplice e commerciale per proporre la pubblico la propria visione di cinema. Questo nuovo "L'albero della vita" (“The Fountain”)  conferma in pieno questa supposizione, ed insieme ad essa anche gli evidenti pregi e difetti di questo cineasta; se dal punto di vista squisitamente cinematografico la pellicola in alcuni momenti possiede una potenza dirompente, sotto quello narrativo invece vacilla e troppo spesso si inabissa nella retorica. Ma partiamo con ordine. Ciò che immediatamente salta agli occhi dopo pochissimi minuti di proiezione è che Aronofsky, anche se per la prima volta alle prese con la produzione di una Major hollywoodiana, non esita neppure un attimo a continuare la sua personale ricerca estetica: l’inizio di 

"L'albero della vita" (The Fountain”) si presenta infatti come irresistibile connessione di immagine, parola e musica. La storia d’amore tra Thomas (Jackman) e la sfortunata Izzy (Weisz), che si esplicita  nella ricerca della fonte della vita eterna per impedire la morte dell’amata, si articola in tre differenti epoche che vanno dall’epoca dei conquistadores  spagnoli ad un lontano e non precisato futuro. In un alternarsi di piani temporali la presentazione del “progetto” del regista è bellissima e drammaticamente coinvolgente, salvo poi affievolirsi inopinatamente quando le tre storie devono essere raccontate e non solo suggerite; la capacità di Aronofsky di ammaliare con il mezzo/cinema si dimostra subito molto meno efficace quando si tratta di interessare lo spettatore con una storia ben articolata e precisa. La sceneggiatura infatti, soprattutto nella parte ambienta nel presente, propone una serie di situazioni piuttosto scontate, fino ad arrivare ad una involontaria quanto inopportuna scimmiottatura di una qualsiasi soap opera americana. Pur montando in alternanza passato, presente e futuro, l’autore non riesce a dissimulare con perizia la pochezza della struttura narrativa, che affonda il film in una parte centrale scontata ed onestamente noiosa. Anche la scelta della coppia di protagonisti, i pur apprezzabili (altrove) Hugh Jackman e Rachel Weisz, è sembrata questa volta non aver ripagato fino in fondo. Dove invece “The Fountain” torna ad elettrizzare il pubblico è in un finale splendido, dove la visione riprende il controllo e non deve più preoccuparsi di raccontare una storia, quanto di esprimere tutto il potere di essa. Gli ultimi venti minuti di

"L'albero della vita" (“The Fountain”) allora si trasformano in un viaggio favolosamente allucinante e romantico, dove il senso cede il passo all’istinto, ed è impossibile non innamorarsi di ciò che si sta vedendo. Troppo discontinuo ma assolutamente mirabolante nella sua confezione, il film di Aronofsky conferma dunque il suo innegabile genio, ma tradisce anche la sua immatura sregolatezza.
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