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IMMORTALITÀ MINIMALE

Giuliano Tomassacci 12/04/2007

In un raro esempio di perfetta adesione tra cinema e musica minimalista, Clint Mansell ritrova Darren Aronofsky nel visionario "The Fountain"

La Nonesuch, etichetta discografica cara a Philip Glass, accoglie nel suo catalogo la colonna sonora dell’ultima, complessa, ambiziosa prova cinematografica di Darren Aronofsky, "The Fountain – L’albero della vita". Ancora una volta a firmare la partitura di quest’ode al potere dell’amore sul tempo e sulla vita è l’interessante Clint Mansell, già responsabile dell’acclamato score per il primo successo internazionale del regista, "Requiem for a dream" (2000), subito impostasi nell’ambito delle soundtrack di culto, accontentando tanto il pubblico medio che gli ascoltatori più esigenti capaci di apprezzarne la ricercatezza stilistica e la retorica non comune dell’approccio alle immagini. Caratteristiche che ritornano a definire il cimento del compositore inglese per questa nuova pellicola, un lavoro che sembra finalmente sfatare i leciti dubbi ipotizzanti una carriera finora sopravvissuta di rendita proprio grazie alla larga diffusione riscontrata dal commento di inizio millennio (promosso, tra l’altro, in cima alle preferenze di repertorio dei montatori di trailer d’oltreoceano), anche alle luce di esperienze successive dagli esiti altalenanti nel circuito thriller-horror. Senza dubbio una riprova delle eccellenti capacità cine-musicali di un musicista in evidente e immutata sintonia con Aronofsky, nonostante i sei anni di inattività del sodalizio, che per l’occasione riallaccia anche a livello strumentale la continuità con Requiem affidando all’intensità dei Kronos Quartet l’esecuzione della composizione – stavolta significativamente affiancati e attraversati dalle performance rock degli scozzesi Mogwai.   Arrivando al cuore della partitura la vera essenza strutturale comune ai due lavori è però la matrice minimalista, impostazione radicata nel background di Mansell nonché principio di composizione facile all’identificazione già dalla semplice attestazione d’appartenenza della pubblicazione nell’alveo glassiano. Prassi stilistica da non liquidare comunque con la facilità e la diffidenza solitamente riservate all’incursione del modulo minimale in territori cinematografici. L’arma a doppio taglio che la musica millimetricamente reiterata può rappresentare in simili occasioni – e lo stesso Glass ne ha francamente fatto le spese in tempi non sospetti, rischiando di difettare per eccesso nell’ostentazione di un registro facile alla distrazione dello spettatore fino all’abuso audiovisivo – si rivela qui strumento unico per il giusto accompagnamento della storia; scelta efficacissima nell’esacerbazione di un andamento narrativo meditativo (quando non eccessivamente autoindulgente) e rarefatto; chiave di lettura inevitabile per quel senso di stasi mutevole, di leggenda onirica, assegnato alla trama dal regista.

Il minimalismo formale offre a Mansell la possibilità di lavorare “a mosaico” sulla tessitura tematica dello score, attraverso una continua elaborazione di cellule motiviche tipica della tecnica glassiana utile alla costruzione ipnotica del racconto. La musica circola pressoché ininterrotta dall’inizio alla fine del lungometraggio, ma Mansell si premura di limitarne il sovraccarico continuo servendosi mirabilmente dei due strumenti essenziali alla musica applicata e allegoricamente affini al regime drammaturgico del film: tempo e spazio. Nel primo caso la misura della disciplina imposta al dipanarsi ritmico/dinamico dei pentagrammi si risolve in una monotonia tempistica che azzera la differenza tra le tre ere cronologiche intrecciate da Aronofsky, evocando ed enfatizzando nel suo moto perpetuo un’adesione stringente con il potere di ubiquità temporale concessa al protagonista nell’identificazione con i suoi tre alter-ego. Ne deriva anche un effetto di ottusa ripetitività, di circolarità continua che stacca il tutt’altro che latente misticismo delle immagini elevandolo ad una condizione musicale impalpabile e quindi ancor più ascetica. E’ la presa di coscienza di una lezione di scoring eccellente, e forse anche per questo la colonna sonora di The Fountain può essere scambiata come un’immersione totale nelle pagine composte da Jerry Goldsmith per le altrettanto metafisiche sequenze di Vejur in Star Trek: The Motion Picture (1979). Questa condotta evita di sconfinare nella banalità di scrittura grazie all’uso spaziale dell’orchestrazione approntato da Mansell: una crescita progressiva delle entrate strumentali corre parallelamente alla stasi del movimento orizzontale curandosi di dettagliare le necessità narrative circostanziali del girato, pur rimanendo ben ancorato alla cavalcata a-temporale e immortale del flusso sonoro. Fino alla scatto finale, quando un’impennata di entrambi i livelli compositivi (“Death Is The Road To Awe”) sigla uno dei passaggi più suggestivi della pellicola in una reazione di sapore psichedelico prima del conclusivo azzeramento sui titoli di coda: un semplice pianoforte che riporta ad un’emotività fuori dal tempo, a quella dolente comprensione dell’immensità siderale precedentemente relegata al registro degli archi. Anche in questo caso uno sviluppo che ricorda grandi precedenti, accostandosi particolarmente all’economia di scrittura del John Williams d’annata.   Sorprendentemente esclusa dalla rosa dei candidati all’Oscar dopo la nomination ai Golden Globe, la colonna musicale di The Fountain si distingue come una delle più intelligenti applicazioni minimali alla musica da film finora proposte, in virtù di una coscienza narrativa sempre anteposta a velleità stilisitche altrove incapaci di un dosaggio così dignitoso. E anche alla disamina dei difetti del film, lo score rivendica un’organicità con il suo riferimento visivo cui non si può che plaudire.

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