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I primi passi, l'esplosione, la caduta.

Sylvester Stallone

Sylvester Stallone

La sua tipica espressione un po’ sgangherata, con gli occhi all’ingiù e la parlata sbiascicata, è il risultato del forcipe, l’attrezzo che veniva usato per tirare fuori i neonati più ostinati. Semiparalisi della parte sinistra del volto, anche le menomazioni possono servire a imprimere un’icona.
La vita del giovane Sylvester è un conguaglio di disgrazie e situazioni surreali, la storia di un bambino parcheggiato in una pensione di una vecchia signora del Queen’s dai due ai cinque anni. Una solitudine parzialmente riempita dalla lettura dei fumetti, che foraggiarono la sua fantasia ma gli causarono più danni che altro; in undici anni Sylvester si ruppe altrettante ossa cercando di imitare le gesta dei suoi supereroi di carta.
Un nome grottesco da gatto Silvestro e l’invalidità di cui sopra non lo aiutarono di certo a entrare nelle grazie dei coetanei. A quindici anni i compagni lo votarono come il favorito per finire su una sedia elettrica, abbastanza umiliante per un ragazzino già espulso da quattordici differenti scuole.
Terminate a fatica le superiori, l’unica strada percorribile fu quella di seguire il padre nei saloni di bellezza, ma la sua scarsa attitudine con tinte e bigodini lo portò ben presto altrove. La verde Svizzera lo accolse nell’American College, dove iniziò a studiare recitazione.
Una standing ovation per l’interpretazione di “Morte di un commesso viaggiatore” nel saggio di fine anno lo convinse della sua vera vocazione, talmente tenace che neanche i suoi perplessi insegnanti riuscirono a scoraggiare: sbarcò così a New York per sfondare nel mondo del cinema.
A rafforzare la sua strenua convinzione ci pensò la madre, l’ex corista Jacqueline Stallone che, divenuta astrologa, predisse al figlio una fulgida carriera di sceneggiatore, mestiere che Stallone iniziò sotto i sinistri pseudonimi di Q. Moonblood e J.J. Deadlock.
Per pagarsi l’affitto Stallone inizia a sperimentare i più impensabili mestieri. Pulitore di gabbie di leoni, venditore ambulante di pesce, dimostratore di pizza. La sua prima apparizione sugli schermi è in un film che non ti aspetti, l’esilarante “Dittatore dello stato libero di Bananas” di Woody Allen, cui segue un film porno semi-casalingo che dopo la sua esplosione viene rinominato “The Italian Stallion” (quattrocento mila lire il suo cachet) e un piccolo ruolo in “The Lords of Flatbush”.
I primi cinque anni di cinema sono magre parti di bulli in giacca di pelle e capelli ingelatinati, finché l’attore principiante aspirante sceneggiatore si imbatte nell’evento che gli cambierà la vita: un incontro di boxe, naturalmente. Il pugile sconosciuto Chuck Wepner regge quindici round contro la leggenda Muhammed Ali; quanto basta a Stallone per correre a casa e in tre giorni ultimare la stesura del film che lo porterà nel mito.

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