"Il successo di un'opera si ha quando tutto ciò che abbiamo tentato di dire è stato compreso. Vincere un Oscar vuol dire proprio questo"
Storaro: Non sono un direttore della fotografia
Storaro: Non sono un direttore della fotografia
"E' un compito importante come quello degli altri componenti della troupe. Senza di loro non esisterei". Comunque la dicitura 'direttore della fotografia' è sbagliata. Le spiego il perché: prima di tutto il termine è stato utilizzato dagli americani intorno agli anni '40 quando i registi si sono scissi e hanno formato una loro 'guild' e hanno chiesto ai 'cinematographer' di formare, insieme a loro, questa nuova 'guild'. I cinematographer' hanno rifiutato ma non hanno voluto sentirsi inferiori ai registi (director, in inglese). Così hanno deciso di chiamarsi 'direttori della fotografia'. E' stato un errore: si sono messi in competizione con i registi. Io non sono d'accordo. Voglio essere un collaboratore visivo del regista. Secondo poi hanno utilizzato una parola inappropriata: il fotografo è colui che scatta fotografie, mentre per cinematografo (cinema+fotografia) si intende colui che lavora nel campo dell'immagine nel cinema. Purtroppo questo termine veniva utilizzato, all'inizio del secolo, per intendere un luogo; oggi, per trovare un sinonimo che possa descrivere il mio lavoro, dovremo chiedere aiuto a un linguista".
Quali sono i registi che l'hanno aiutata di più a formare la sua coscienza di cinematografo?
"Bertolucci è la persona che simboleggia tutta la mia cultura del cinema italiano. Per lui è fondamentale scrivere con la macchina da presa quanto per me è fondamentale scrivere con la luce. Con lui ho avuto un rapporto molto importante perché esprime se stesso in un modo che non è sempre cosciente, usa sempre un suggerire, un velare le cose. I suoi personaggi non sono mai messi in primo piano, non dicono mai tutto. Così, per rappresentare loro e le sue opere, ho sempre utilizzato l'ombra. In realtà c'è stata una simbiosi tra la parte inconscia di Bertolucci e l'ombra che utilizzavo io. Posso essere considerato più che la luce di Bertolucci, l'ombra di Bertolucci. Il secondo importante regista con il quale ho lavorato è Francis Ford Coppola. Lui rispecchia la seconda fase della mia vita, quella legata alle emozioni e ai colori. Mi ha insegnato l'emotività delle cose, in modo davvero molto reale. E infine c'è Warren Beatty con il quale ho girato "Reds" e "Dick Tracy". Con lui ho approfondito l'importanza dei colori, ossia come ogni colore può essere usato in contrapposizione l'uno con l'altro, per dare drammaticità ad una storia. "Dick Tracy" si ispira all'espressionismo tedesco, basato quindi sull'opposizione delle parti. La ricerca dell'equilibrio tra gli elementi opposti ha perciò caratterizzato questa fase della mia vita. Poi, di recente, l'esperienza con Carlo Saura. Ho trovato un equilibrio nuovo tra la composizione cinematografica e la composizione televisiva.
Qual è stato l'attore che le ha dato più sensazioni visive?
"Sicuramente Marlon Brando è l'attore più magnetico che ho incontrato, ma anche Dustin Hoffman, Elisabeth Taylor, Giammaria Volontè e Vanessa Radgrave che forse è oggi la personalità più forte e più importante del cinema. Ha delle particolarità espressive che non smettono mai di colpire".
E' cambiato il suo modo di fare cinematografia da quando sono arrivate le tecniche fotografiche, anzi, cinematografiche?
"La nostra professione è uguale a quella di una volta. Si, le tecniche digitali hanno semplificato e reso più semplici alcuni passaggi. Ad esempio, oggi è più facile, tecnicamente, accorpare due immagini diverse. Comunque occorre sempre un concetto centrale, un'idea figurativa ed espressiva che applichiamo a tutte le immagini che creiamo. Laddove ci combiniamo con delle immagini reali e delle immagini sintetiche abbiamo bisogno di una collaborazione più forte con chi è il supervisore agli effetti speciali digitali. Per esempio né "Il piccolo Buddha" ci sono state alcune scene che sono state duplicate al computer. Quando Siddharta ha la sua illuminazione sotto l'albero vediamo dei fasci di fuoco che sono completamente costruiti in digitale. In quel momento il protagonista cercava un equilibrio interiore ed io l'ho spiegato cercando di rappresentare l'equilibrio dei quattro elementi. La visione di Siddharta infatti è così composta: il suo pensiero passa dalle onde dell'oceano (acqua), ai soldati che vengono avanti (terra), dalle palle di fuoco al forte vento. Quando finalmente raggiunge l'equilibrio i quattro elementi si trasformano in una pioggia di fiori. Questa struttura l'ho dovuto spiegare ai supervisori degli effetti e loro hanno provveduto a formare le immagini che mi servivano".
E' da qualche tempo che non lavora più in Italia. E' un caso o una scelta?
"Nessuna delle due, caso mai è una scelta del sistema. In Italia si fanno troppi film individuali, i registi raccontano e scrivono da soli la loro realtà. Manca una versione un po’ più ampia, il nostro è un cinema provinciale. Vede, al giorno d'oggi mancano grandi registi come Visconti, Fellini…I giovani pensano che, scrivendo una storia, possono diventare, a pieno titolo degli autori. Ma non è così. In questo modo disperdono le proprie energie e non riescono a curare bene tutte le aree che compongono un film. Il consiglio che posso dare loro è quello di affidarsi, ad esempio, a un bravo sceneggiatore. E' inutile fare tutto da soli quando esistono delle persone che sanno fare bene il loro mestiere. Fellini aveva cinque sceneggiatori. Non si cresce in modo equilibrato da soli, si cresce con le conoscenze e le esperienze degli altri. Se i giovani non si affideranno a sceneggiatori di alto livello, si ridurranno a fare storie legate al loro bar, alla loro famiglia, alla loro provincia; insomma, le idee di partenza sono molto buone ma le sceneggiature sono davvero deboli.
Cosa si prova a ricevere un "Oscar"?
"Il successo di un'opera si ha quando tutto ciò che abbiamo tentato di dire è stato compreso. Vincere un Oscar vuol dire proprio questo. Io ho partecipato a quasi tutti i festival e posso garantire che l'Academy Awards è il più serio di tutti. Lì non esiste la politica del 'diamo un premio all'Italia perché è l'unico paese che non ha preso nulla' o cose simili. L'Oscar è un riconoscimento prima di tutto molto specifico. Infatti gli scenografi votano per gli scenografi, i registi per i registi etc. e alla fine tutti votano per il miglior film. Vincere vuol dire che i tuoi colleghi hanno captato e riconosciuto la validità del racconto per immagini. E poi, quando arriva la statuetta, l'emozione è davvero molto forte. Io consiglio a chi ha ricevuto una nomination di portarsi un dottore perché l'emozione ti può togliere il fiato, il cammino, il respiro. Soprattutto perché tu, insieme alla platea, conosci il nome del vincitore nel momento stesso in cui viene detto. Nessuno, tranne la giuria, conosce prima i vincitori.
Che progetti ha per il futuro?
"Ho letto molte opere ma non ho trovato alcun racconto che va di pari passo con il mio cammino. In questo momento sto studiando il rapporto tra la luce, i colori e gli elementi. Il mio progetto è quello di approfondire o mettere in pratica questa visione".
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