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Intervista al premio Oscar Vittorio Storaro
Intervista al premio Oscar Vittorio Storaro
Intervista al premio Oscar Vittorio Storaro
Cosa rappresentano per lei i colori e la luce?
"La luce, mi permette di esprimere, attraverso un vocabolario o un'articolazione quella che è la grammatica visiva. Il colore è un ulteriore approfondimento, è una singolarità della luce: a secondo della propria natura e della propria vibrazione sul piano scientifico, attraverso la reazione del corpo umano, diventa una vera e propria emozione".
Perché lei ha scelto la luce anziché la parola per esprimersi?
"Io mi sento uno scrittore. C'è chi scrive con le note, chi con le parole e chi, come me, con la luce. Ho scelto questa direzione probabilmente perché mio padre, che lavorava come proiezionista di pellicole, sognava di far parte di quelle immagini che proiettava. Lui ha spinto il suo sogno su di me e io, in modo del tutto inconscio, ho iniziato questo cammino in seno alla parola magica 'fotografia'. Prima, mi sono appassionato al lato tecnologico della luce, poi ho scoperto che questa tecnologia era in secondo piano rispetto alla possibilità di raccontare. Nessuno mi aveva insegnato come dovevo utilizzare la conoscenza dei proiettori, della sensitometria , dell'elettronica, della fonica, dell'ottica".
Chi sono stati i suoi maestri?
"Molto devo ai fratelli Bazzoni. Luigi faceva regia, Camillo faceva cinematografia, e loro mi hanno aperto uno spiraglio: quello della conoscenza dei significati. Poi ho conosciuto Bernardo Bertolucci nel '63 quando ero aiuto operatore. Con lui ho fatto "Prima della rivoluzione" e questa esperienza mi ha aperto un altro mondo, quello visivo. Sa, chi fa studi tecnologici tende a formare chi si occupa di cinematografia in modo tecnico, come un esecutore. Poi c'è la necessità di qualcuno, che di solito è il regista, che dice cosa fare. Io credo che questo non basti più. C'è bisogno di un approfondimento culturale di tutto ciò che c'è intorno ad un'immagine, dalla filosofia all'architettura dalla pittura alla musica. Solo con queste conoscenze possiamo capire ciò che il regista ci chiede di fare".
Lei insegna all'Accademia cinematografica dell'immagine dell'Aquila. Coma imposta le sue lezioni?
“Prima di tutto cerco di colmare le lacune culturali dei ragazzi. Se lei ci pensa bene, in ogni secolo c'è stata una forma espressiva che ha guidato le altre. In epoca greca la scultura e la filosofia, in epoca rinascimentale la pittura, la musica nel settecento e la letteratura nell'ottocento. Questo è il secolo dell'immagine. Per questo motivo è fondamentale studiare tutte le espressioni d'arte che circondano la parola immagine.
All'inizio cerco di far capire i significati: insegno loro che cos'è l'ombra, con tutti i significati e le simbologie. Utilizzare un'ombra anziché una penombra ha un significato ben preciso. Quando noi guardiamo un film riceviamo dallo schermo un'energia che tocca non solo i nostri occhi, ma anche tutto il corpo. Se assistiamo ad un'immagine che è rossa noi reagiamo inconsciamente in un modo diverso rispetto alla visione di un'immagine verde. Quell'immagine cambia non solo il metabolismo ma anche la pressione sanguigna".
Le è mai capitato che un regista le chiedesse di caratterizzare, attraverso la luce, un attore?
“Si, cerco sempre di caratterizzare un personaggio o un attore. Quando arrivo sul set ho già pronti i nastri colorati diversi per ogni singolo carattere. Così un attore, dopo il primo giorno, si abitua subito al suo colore che è per esempio il rosso. Andando avanti do una traccia cromatica non solo al singolo attore ma a tutto il film. In un libro intitolato 'Colore' Sergej M. Ejzenstejn racconta la prima parte del suo film "La congiura dei Boiardi". Il regista russo scrisse la sceneggiatura in funzione dei colori: il percorso cromatico serviva a spiegare il precorso emotivo della storia. Così, leggendo i suoi scritti ho imparato ad accostare le emozioni dei personaggi ai colori".
Qual è la traccia cromatica del film “L'ultimo imperatore"?
"In questo film ho paragonato la vita alla luce: la vita ha tanti momenti, tante età e la luce ha tanti colori. Quando il protagonista, all'inizio, viene preso dalle guardie dell'imperatrice vedova e strappato dalle braccia della madre si ha la sua nascita come imperatore. Per questa scena ho utilizzato il colore rosso. Perché il rosso è il primo colore dello specchio cromatico, è il colore della vita, è il colore che si ha quando si taglia il cordone ombelicale, è l'ingresso alla vita. Quando il bambino si trova nella città proibita, con la famiglia, ho invece utilizzato l'arancio perché è il colore della terra, del tepore familiare, quello degli eunuchi. Quando viene incoronato abbiamo un altro passaggio: ogni imperatore, nella storia antica, si presenta come simbolo solare, perché il sole è il centro dell'universo. Per questo ho utilizzato il giallo, terzo colore della scala cromatica che è il simbolo della pubertà. Nella prima parte della sua vita Pu Yi vede solo questi tre colori. Vedrà, insieme a noi, per la prima volta, il verde, come colore della conoscenza quando arriva il tutore inglese. Arriva su una macchina verde, ha una bicicletta verde. Noi vediamo blu quando il protagonista esce dalla città proibita e va nel club inglese dove trascorre una vita da playboy. Le strade intorno a lui sono blu, i suoi occhiali sono blu. Perché questo è il colore della libertà. Vediamo invece l'indaco quando lui decide a 40 anni di diventare di nuovo imperatore. E proprio questo colore rispecchia il possedimento materiale delle cose. Il violetto (il colore dell'espiazione) lo vediamo quando, in prigione, gli viene raccontato lo stato delle cose in Cina e capisce tutti i suoi errori e li riversa, insieme a quelli degli altri, su se stesso. Quando riceve il diploma di uomo libero fuori nevica. Il bianco è la somma di tutte le esperienze, di tutte le età e di tutte le emozioni. Completa il ciclo".
Come è riuscito a rendere così forti i toni del film "Apocalypse Now"?
"Inizialmente non volevo fare questo film. Arrivavo dall'esperienza di "Novecento" e "Ultimo tango a Parigi" di Bertolucci dove esiste un legame molto forte con le psicologie dei personaggi. Trovarmi in un ambiente di grandissime dimensioni, con elicotteri e squadroni di soldati dove è difficile gestire le cose come si vuole, mi faceva paura. Sa, li succedeva che, quando tutto era pronto, si doveva girare e io non potevo aspettare che la luce fosse adatta per quella scena. Coppola mi aiutò moltissimo perché, nel farmi leggere "Cuore di tenebra', mi fece capire che c'erano dei significati nella storia in cui io potevo sostenerlo. Il significato era la sovrapposizione di una cultura su un'altra cultura. Come nel libro originale il Belgio si era sovrapposto alla cultura del Congo così l'America si sovrapponeva alla cultura vietnamita. Per sostenere questa storia utilizzai la luce naturale che si sovrapponeva alla luce artificiale. Quindi l'esplosione dei colori sintetici messi vicino ai colori delle palme, a un campo di riso o a un fiume diventava una guerra di colore, una guerra visiva. In questo modo lo spettatore aveva sempre un senso di conflitto: i grandi generatori di luci, nella notte, immersi nella foresta reale davano il senso di stridore, di sovrapposizione".
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