A ben guardare, non poteva essere
altrimenti che la festa di Hallowen si trasformasse col passare degli anni e
delle generazioni in una celebrazione di tutti i maggiori stilemi che
rappresentano l’orrore, e di conseguenza il cinema dell’orrore. Se analizziamo
bene infatti il principio fondante, che si trova alla base di Halloween, è la
nemesi: negazione dell’ordine costituito nella sua logicità, della razionalità
che regge il reale, in poche parole della vita stessa. E non sono forse questi
anche gli argomenti principali, i sottotesti di qualsiasi trama orrorifica che
si rispetti? In una prospettiva molto allargata del discorso, il ribaltamento
delle basi su cui si poggia l’esistenza dell’essere umano genera uno scarto concettuale
che porta come conseguenza impossibile da sopprimere la paura dell’ignoto,
inteso anche come “altro” o “non-ente”.
Da sempre il cinema horror ha
sfruttato tali considerazioni come base per esprimere la sua poetica più
viscerale. Allo stesso modo la festa di Halloween è stata pian piano fagocitata
dalla “Settima Arte” come massima
ambientazione per una serie di pellicole praticamente interminabile.
Tra molti esempi che sinceramente
non meritano di essere neppure menzionati, vale invece la pena di ricordare
almeno due lungometraggi che hanno adoperato suddetta festa come simbolo
preciso e coerentemente contestualizzato dentro la narrazione: il primo non
poteva che essere proprio quell’ “Halloween - La notte delle streghe” (Halloween, 1978) di John Carpenter, che
proprio nella notte del “dolcetto o scherzetto” scatena la furia omicida ed
irrazionale del suo Michael Myers. Quale negazione più totale di quella
generata da un male radicalmente fine a se stesso? In tempi più recenti invece
è stato il cult “Donnie Darko” (id., 2001) a riproporre la festa come fulcro
impazzito ed inquietante di un vortice spazio-temporale in grado di azzerare
discorsi fondamentali come libertà e libero arbitrio.
Vi è anche però un autore che,
interpretando Halloween come festa non solo dello spaventoso, ma magari
semplicemente del grottesco e del “diverso”, l’ha celebrata come momento in cui
viene concessa visibilità e libertà d’espressione a tutti i “freaks” di questo
(o dell’altro) mondo. Il regista in questione è ovviamente il genio dark di Tim
Burton, che con opere come lo straordinario “Nightmanre Before Christmas” (id.,
1994) co-diretto con Henry Selick, ha inventato addirittura una Halloweentown
ribaltandone nuovamente le coordinate che tutti conosciamo: è nell’essere una
persona un po’ stramba (il classico weird) che risiede la vera normalità,
mentre l’orrore sta nella routine piatta ed avvilente della vita comune.
Halloween dunque come negazione e
come ribaltamento dello status-quo. Il cinema fantastico che ha seguito tale
indicazione e che ha saputo sfruttarne in pieno le implicazioni sociologiche ed
allegoriche ha anche saputo tirar fuori dal proprio cilindro vere e proprie
perle dell’horror contemporaneo.


John Carpenter



