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SAVE THE LAST DANCE

Beatrice Rutiloni

"Save the last dance"

Individuali, altro che globali. Orgogliosi delle proprie radici e manifestanti di un'identità di cui per anni sono stati privati. I neri di oggi vogliono stare "nel ghetto". L'hip hop è stato il veicolo più commercializzato della loro cultura, è il nuovo pop, è diventato poesia metropolitana entrando a far parte della colonna sonora del mondo. Forse perché il suo "step", il battito che emerge, è al tempo col mondo. Una questione di flussi. Però "Save the last dance" di Thomas Carter, regista specializzato in tv serial (suo è il cult tv "Miami Vice"), somiglia molto ad un'operazione di marketing per rilanciare o cogliere l'ultimo battito della cultura hip hop, che negli ultimi cinque anni un po’ di crisi l'ha vissuta pure in America. Il segreto è riconfezionare il più riuscito baluardo della black music (sicuramente a livello di vendite lo è stato) in versione "edulcorata" per bianchi, snaturando ancora di più, se possibile, la funzione primaria di "radio del ghetto" che l'hip hop e le sue rime, il rap, possedevano all'alba degli anni Ottanta. Non per niente il film, campione d'incassi in USA, è stato prodotto in collaborazione con il network musicale MTV, che così motiva l'operazione: "Desideriamo rivolgerci al pubblico raccontando storie come questa, di energia e amore, che possano trovare riscontro nei nostri clienti". I teenager, una parola molto in voga negli anni Ottanta, la fascia di pubblico più fidelizzabile che esista. Ci vuole un attimo a creare una moda. Lo sono stati i film del cosiddetto "dance movie", a cui questo s'ispira per dichiarata intenzione del regista, che nel decennio metà settanta metà ottanta ha spiazzato la fantasia dei giovani riportandoli nei clubs e impinguendo le casse delle scuole di ballo, con maestri che variamente si specializzavano in danza moderna, classica, salsa, flamenco e derivati latini a seconda che sui grandi schermi ci fosse John Travolta a indicare soffitto e pavimento con le dita o Patrick Swayze a iniziare ragazzine bigotte al sesso-ballo. O ancora talentuose file di adolescenti pervasi dal sogno di gloria, in un nutrita e sudata schiera di film e tv films come "Footloose", "Flashdance", e "Saranno Famosi".
Qui ovviamente, il passo è un po’ più lungo, le coordinate sono più ampie e ricomprendono (o vorrebbero) le mutate condizioni sociali, per cui la discriminazione razziale risale al contrario la corrente. Il "rispetto" cantato da Aretha Franklin è spinto ai massimi livelli da Chenille e dalla sua "crew" che ricorda un po’ le Black Panther (ma loro erano più cattive e questo è un film buonista) e molto di più la banda di Rizzo &Co in Grease. Un film di quelli che "fanno bene", inneggiano alla tolleranza, ai buoni valori e alle risorse individuali. In puro American Style: "il mondo è nelle tue mani, se vuoi ce la puoi fare" e via così.
Ne sce un manualetto di buoni propositi per il nuovo millennio. Con una morale ben radicata nella campagna pubblicitaria "Do not" di giovanile opposizione , che da Mtv alle rivolte di Genova sta "globalizzando" gli adolescenti di tutte le età alla ribellione, ancora una volta con la discriminante ultima della consapevolezza.

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