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Interviste

Ritratto di un attore al culmine della sua carriera. Dal teatro al successo del cinema.

Un ragazzo all'antica

Claudio Santamaria

Jeans da lavoro, felpa nera e Nike ai piedi. Il telefonino, con una suoneria terribile che non sa come cambiare, squilla in continuazione. Un mix ben dosato, se fosse un disco sarebbe “Play” di Moby, un caos organizzato tra tutto quello che ci portiamo in eredità, noi italiani, e quanto abbiamo assorbito dalle culture di massa estere, un po’ Alberto Sordi, un po’ Eminem, per capirci. Questo è Claudio Santamaria, nato a Roma il 22 luglio 1974, quartiere Prati “a due passi dalla casa di Gabriele Muccino, ma non ci eravamo mai incontrati prima di lavorare insieme”. Cancro cuspide leone, ascendente sagittario, altezza 1.80, peso (forma) 78 kg. Candidato ai David di Donatello come migliore attore non protagonista per “L’ultimo bacio” e protagonista di un’altra pellicola “Almost Blue”, in lizza per il miglior regista esordiente, Alex Infascelli, e attualmente sugli schermi nella commedia nera “Amarsi può darsi” accanto a Claudia Gerini, per la regia di Alberto Taraglio, oltre che nell’ultimo di Moretti “La stanza del figlio”. Ma non se li sente.
L’appuntamento è per un caffè, che poi diventa un tè perché ci si perde in chiacchiere, al S. Callisto nel cuore di Trastevere purchè non si parli della crisi dei trentenni…

Qual è la tua opinione su "L'ultimo bacio"?

C.S. “E’ un bel film, una storia autobiografica che chiude la trilogia iniziata con “Ecco fatto” e “Come te nessuno mai”, ma da qui a far diventare Muccino l’esperto delle crisi generazionali mi pare sia azzardato. Che poi tutta questa crisi io non la vedo, l’errore è stato quello di generalizzare una storia che invece è molto piccola perché parla della confusione di quelle sette persone che sono i protagonisti, non è vero che sono tutti così. Mi rendo conto che l’appeal di rendere il film un caso sociale è stato troppo forte soprattutto per la produzione. Per quanto riguarda le reazioni non posso negare che ci siano state, e anche forti, conosco una coppia, amici di un amico, che hanno deciso di non sposarsi più dopo aver visto “L’ultimo bacio”…Mah!”.

Comunque sia ti sei ritrovato a interpretare due ruoli da “Peter Pan” quasi nello stesso momento, sia Paolo de “L’ultimo bacio” che Davide di “Amarsi può darsi” hanno qualche problemino con il passaggio all’età adulta.

C.S.“E’ vero, ma in modo del tutto opposto. Paolo è uno che tira fuori tutto e si mette di fronte alla realtà, si scontra, combatte, poi, una volta visto che non c’è niente da fare, decide di fuggire, ma la sua è una scelta consapevole, di chi le ha provate tutte. Davide invece è uno che si guarda allo specchio indossando una maschera, mente a se stesso, fugge da se e da chi lo ama, ma in modo piccolo, ironico: si ubriaca, tradisce la moglie, non ha il coraggio delle proprie azioni e manda la sua vita a rotoli. Poi la differenza fondamentale è che Paolo è un personaggio scritto in maniera drammatica, mentre Davide è simpaticamente confusionario, svicola”.

Cosa pensi del fatto che più del 50% dei trentenni vive ancora in famiglia?

C.S. “Personalmente vivo da solo da novembre, ho preso una casa vicino S.Pietro. Mio fratello, invece, che è più grande, vive con i miei e non ci vedo niente di strano, si sta così bene, poi mia madre cucina benissimo!”.

Come ti vedi tra dieci anni?

C.S. “Maturo, sempre più cosciente, attivo. Vorrei riprendere la mia vecchia passione, il disegno, magari farò uno di quei corsi pomeridiani di nudo. Sono bravo nelle prospettive”.

Esiste una nevrosi del romanticismo?

C.S. “C’è troppa velocità, facilità nei rapporti, io amo i corteggiamenti lunghi, sono un po’ all’antica, per questo non riesco a trovare una fidanzata, non sono al passo con questi tempi. Questa è l’era del cellulare e io non ho neanche il computer e farei volentieri a meno anche del telefonino. Con questi presupposti l’unico modo per non rinunciare alla sfera romantica è ingozzarsene senza sentire, senza capire che la vera essenza dell’amore è la lentezza, la calma. Che sia questa la vera crisi?”.

Come hai cominciato a fare l’attore?

C.S. “Per caso. Facevo il liceo artistico, mi hanno offerto di fare un doppiaggio. Poi mi sono iscritto alla Beatrice Bracco e lì mi sono appassionato veramente del suo metodo basato sulla conoscenza peronale, sul “tirare fuori”. Ho fatto anche un provino all’Accademia, dove non mi hanno preso. Da lì sono partito col teatro, che per me continua ad essere una delle emozioni più forti. La mia più grande soddisfazione è stato recitare ne “L’anello di Erode” al festival di Todi. Questa estate sarò in turnè nel ruolo di Gesù Cristo in una trilogia moderna di Lucilla Lupaioli per la regia di Furio Andreotti. Si chiama “L’ultima cena” è una cosa che mi mette agitazione, tornare ad un contatto così stretto col pubblico dopo essermi “anestetizzato” attraverso la macchina da presa. Mi mette un po’ di soggezione. Però mi piace molto l’idea di interpretare la figura di Cristo dei nostri giorni, che veste i panni, nei tre “quadri” che compongono il testo, di un pariolino figlio-di–papà, una specie di Cristo-commercialista nel primo, di un tossico in carcere nel secondo, per finire in una sauna gay nel terzo, dove Giuda è un tipo che fa del sesso non protetto. Non è un’idea proprio vicina a quella che la maggior parte delle persone conosce, si ispira un po' ai vangeli apocrifi”.

Quando è stato l’ultimo bacio che hai dato?

C.S. “Un paio di settimane fa ed è stato proprio un ultimo bacio veramente pesante”.

L’ultimo libro che hai letto?

C.S. “Gli insegnamenti di Gurdjeff, ce l’ho ancora sul comodino”.

L’ultimo film che hai visto?

C.S. “Uno molto carino, “Il gusto degli altri”.

Un attore giovane italiano che ti piace?

C.S. “Mi è piaciuto molto Luigi Lo Cascio ne “I cento passi”. Stefano Accorsi più ne “La stanza del figlio” che ne “L’ultimo bacio”

Teatro a parte, quali sono i tuoi prossimi impegni?

C.S. “Sto girando una fiction per Mediaset sul sequestro Soffiantini per la regia di Riccardo Milani, con Michele Placido e Claudia Pandolfi. Tra poco invece dovrebbe partire un film su Andrea Pazienza di Renato de Maria, ovviamente ambientato a Bologna, che ruota sui tre personaggi dei fumetti di Paz, io dovrei essere Pentothal. Oltre alla storia che amo personalmente, ma credo che sia un dato comune a molti che hanno la mia età, mi piace il fatto che il film sia a basso budget e girato interamente in digitale”.

Se fossimo a Hollywood che copione ti piacerebbe interpretare, e in generale con quale regista?

C.S. “Un film di azione fisica spinto, con diciotto pistole addosso e sparatorie all’americana un po’ “Mission Impossible”. Per quanto riguarda i registi in Italia mi piacerebbe lavorare con Virzì, e sparando un po’ più in alto con Wong-Kar-wai".

Qual era il tuo cartone animato preferito quando eri piccolo?

C.S. “Tanti. Hurricane Polimar, Ken il guerriero, Paul e Nina. Mamma mia che tristezza cosmica, poi Lamou, Pollon”.



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