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Sanremo, il trionfo del vecchio che non passa.

Sanremo, il festival del regime

Sanremo, il trionfo del vecchio che non passa.

Un’Italia che vuole crescere, emanciparsi, e non può. Il nuovo, che vuole avanzare, dilagare, e non può. L’affermazione della nuova generazione e del gusto, dello stile, della capacità comunicativa del nuovo millennio, sono impediti da eventi di massa come il Festival di Sanremo.

Il problema del conflitto generazionale, della sua positiva risoluzione, sta cominciando a sentirsi forte nel nostro paese. Da una parte, la schiera di famiglie medio-piccolo borghesi, oramai confuse politicamente tra destra e sinistra, legate più o meno profondamente alla tradizione cattolica, radicate all’ombra della democrazia della prima repubblica, invasate dai miti, dei e semidei della prima industria massmediatica. Dall’altra, la nuova generazione, multimediale, più abituata agli input estrogeni, capace di maneggiare le innovazioni tecnologiche, immensamente più aperta alle evoluzioni progressive della società, smaniosa di novità e trasgressione.

Una dicotomia che il servizio pubblico televisivo dovrebbe aiutare a sciogliere per lasciare che le diverse generazioni convergano e il progresso culturale si attui in Italia con la misura conveniente, senza strappi, senza incomprensioni, senza lotte.

Mino Reitano, Gianni Bella, Peppino di Capri, Raffaella Carrà, Sergio Iapino, il vecchio, stanco, disispirato passato che non vuole scappare nel buio del dimenticatoio e trova, nella ultima versione di questo festival, una ingiusta vetrina, un anacronistico risorgimento. La prima serata della kermesse ligure ha raggiunto il 47,87 % dello share in prima serata, il 50,39 % in seconda, pari a poco meno di 15 milioni di italiani. Un italiano su 4, all’esordio di Carrà e Chiambretti era davanti allo schermo di Rai Uno. Un altro era sintonizzato su altri canali, e gli altri due facevano altro.

I dati confortano le gestioni Zaccaria-Beretta. Uno share da trofeo in bacheca e un evento, ormai solo ed esclusivamente adattato alle necessità televisive, così semplice da portare avanti che è un gioco. Iapino è uno che conosce il suo mestiere, sul set da quarant’anni, Carrà, Papi e Gale sono professionisti rodati e scodinzolanti, i cantanti sono sudditi ossequiosi dell’organizzazione.

Così il trionfo della televisione post-novecentesca che sembra affermarsi, dati alla mano, sul nuovo. Ma Sanremo non è più la ridente cittadina della Liguria dove i vip celebrano la colazione con vino bianco e focaccia la tarda mattina al bar dello stabilimento, in riva al mare. Sanremo non è più l’occasione per sognare sulle parole di Mogol e Battisti cantate da Reitano, su di un letto di crisantemi e rose rosse. Sanremo non è più la comunione onirica tra gusto e aspirazione di una società che desiderava illudersi e rinascere grazie all’esempio proposto dalla televisione.

Quell’italiano su quattro è rimasto legato alla tradizione passata, agli stereotipi e ai doveri morali di un tempo. Quell’italiano su quattro è rimasto al novecento, un secolo che pesa e non può pesare sulle generazioni del nuovo millennio che già hanno la dura responsabilità di portare avanti una società piena di contraddizioni. Quell’italiano su quattro, guarda, e gusta, Sanremo, fino a tardissima notte.

Gli altri tre se ne fregano, odiano, criticano, già hanno superato il gusto di godersi la Carrà diretta da Iapino in pantofole, dopo la cena delle otto. Gli altri sono giovani e stufi della gestione gerontocratica e pallosa che impera nel servizio pubblico televisivo. Lasciamo la musica ai loro padroni.



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