Drammi e nevrosi dell'ultima cinematografia
Nevrotici e tragici
Nevrotici e tragici
L’ossessione dell'"Ultimo bacio" da Shakespeare a Muccino, colpisce tutti. La paura e la fuga, il senso del bilico di chi si regge sulle punte per non cadere nello strapiombo dell’età matura (per poi capire, magari, che lo attende un soffice materasso e non una tomba, ma questo è un altro discorso…), la sindrome di Peter Pan che stermina famiglie ancor prima di crearle: stando ai dati, ma qui parliamo di malattie tipicamente italiane, il “mammismo” colpisce oltre il sessanta per cento dei giovani che hanno trent’anni, tenendoli stretti alle note sottane fino al momento in cui sono costretti, per qualche contingenza molto esterna e da loro incontrollabile (una gravidanza inaspettata è l’ideale), a far i conti con qualche responsabilità. E giù crisi (legittime, per carità, siamo nell’era della cultura elevata!). E’ la storia de “L’ultimo bacio” il film italiano campione d’incassi con cui Gabriele Muccino si è guadagnato il David di Donatello come migliore regista, una delle forme di poesia contemporanea meglio riuscita, una specie di piatto in apparenza semplice che svela un’arte consapevole e sotterranea, e si attacca irresistibilmente agli animi. La chiave de “L’ultimo bacio” è proprio il senso spietato della fuga, il cedimento alla tentazione che promette di liberare da una situazione in qualche modo stabile, cosa che comporta una certa ambivalenza: quando non c’è si cerca, quando c’è si sfugge, e poi si rimpiange e si tenta di recuperare con tutto un corollario di sensi di colpa, ansie del “poteva andare meglio” e timori del futuro. E se Stefano Accorsi vive un incosciente ed estremo “addio al celibato” fitto di movimenti dell’animo degni di una “tempesta perfetta”, in un’altra pellicola italiana, "Amarsi può darsi" d’Alberto Taraglio, attualmente nelle sale, la coscienza pinocchiesca di Claudio Santamaria si autoprocura un processo sospeso tra realtà e fantasia, vedendosi accusato dal giudice del fallimento del suo matrimonio con Claudia Gerini, sua partner nel film. Un rewind in chiave ironica di una storia d’amore in cui, anche qui, il protagonista fugge, tradisce, scappa e ritorna, teme la paternità e alla fine riversa tutta la “colpa” del divorzio su di sé. Più sofisticata la soluzione di Iaia Forte e Tommaso Ragno in "Chimera", l’ultimo film di Pappi Corsicato, un coltissimo melò-lounge, intriso d’atmosfere cocktail e di un gusto per il vivere tipicamente anni sessanta. Per risolvere la crisi (o mettere fine al rapporto?) i due inscenano una specie di role – playing impersonando se stessi, come se fossero ancora innamorati, nel loro vissuto di coppia felice, ignorando una verità che è ben visibile, ma che nessuno dei due vuole stare a sentire.
I TRAGICI
Tensione potente, drammi antichi e moderni. Questo è forse il tipo di romanticismo più classico, quello che lascia l’amaro in bocca, dove tutto non si risolve e c’è un certo senso presente del destino che gioca le carte in luogo nostro. Arturo Ripstein in "Asi es la vida, presentato alla scorsa edizione del festival di Cannes, ha trapiantato la “Medea” in digitale, ambientandola nei sobborghi di Città del Messico, facendoci così rivivere la tragedia greca più classica. Con tanto di coro (dalla televisione spuntano ogni tanto “Anselmo Fuentes e i suoi ragazzi” che con chitarre e maracas ricordano alla povera Julia la sua sorte d’abbandonata dal marito); con una madrina buona o comare che dir si voglia (la zia zitella che accudisce e si prende cura della donna e dei suoi due figli, ma che comunque non è abbastanza presente da evitare la strage finale, morale: il destino fa sempre il suo corso); con la presenza dell’elemento macabro, in altri tempi avremmo detto “pulp” (un’orgia di ferri ostetrici la signora, di professione ,“aiuta le donne a levarsi il peccato dal ventre”, feti sottovetro, autolesionismi, un fetore tattile attraverso la pellicola, emanato dai pannolini sporchi dei bambini, dalle vestaglie sudicie dei personaggi, che trasuda dalle pareti di casa); e , per finire, con una certa inquietudine cromatica, sonora e geometrica (prevalenza dei gialli, i bambini che non emettono suoni, un rumore incessante di temporale che sta per venire, di tuoni che rombano, vento che spazza, rubinetti che perdono, bacinelle piene d’acqua , monete e santini, e ancora i bambini, addormentati sul letto matrimoniale come due feti nel ventre materno).
Tragico, in maniera del tutto diversa, perché possiede la positività della ragione e la ragione della civiltà, è pure "Le fate ignoranti", il bel film di Ferzan Ozpeteck, presentato alla recente edizione del festival di Berlino. Qui, l’onnipresente e onnicomprensivo Stefano Accorsi, il celebre non premiato ai David di Donatello in virtù di Giuseppe Lo Cascio (miglior attore per l’interpretazione di Peppino Impastato ne I cento passi" di Marco Tullio Giordana), è l’ amante di un uomo sposato (l ‘”altra metà” è Margherita Buy, anche lei non premiata come migliore attrice in favore di Laura Morante, protagonista del vincitore "La stanza del figlio"), che di notte lavora ai mercati generali e di giorno, la domenica specialmente, ama dare dei gran pranzi sul terrazzo della sua casa con vista sul Gazometro, tra l’altro bellissimo ritratto del quartiere romano. L’uomo, diviso in questione tra moglie regolarmente donna e amante scabrosamente uomo, muore per un incidente stradale e la moglie risale attraverso la dedica scritta nel retro di un quadro alla verità, tenuta nascosta per sette anni. Qui la tragedia è l’impotenza di fronte a un fatto già accaduto e ormai estinto, la rabbia generata che deve per forza di cose evadere dissolversi, di fronte alla perdita dell’oggetto amato. L’unico modo sarà quello di far rivivere l’amato negli occhi e nei gesti dell’amante, solo per un istante, odiato.
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