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Una vita allo specchio.

Robert De Niro

Robert De Niro

Nell’ultima scena di Toro Scatenato, Robert De Niro – ingrassato di oltre trenta chili per interpretare il vecchio Jake La Motta – è nel suo camerino, davanti allo specchio. Tra i fili di fumo del sigaro stretto tra i denti, si guarda con ironia, ripassando un monologo tratto da Fronte del Porto. A metà del film, il pugile, dopo l’ennesimo incontro, si cerca nello specchio dello spogliatoio, mentre immerge le mani nell’acqua ghiacciata. Davanti allo specchio, Travis Bickle, l’uomo perso nella città di Taxi Driver, si ripete: “Are you talkin’ to me? You talkin’ to me?”. Ma quante ore avrà speso, De Niro, allo specchio? Prepararsi al film e immedesimarsi completamente nei suoi personaggi – questo è certo il segno caratteristico di uno dei più dotati attori degli ultimi trent’anni.
Nato a New York nel 1943, in una famiglia di artisti, il gracile De Niro, conosciuto a Little Italy come “Bobby Milk” per il suo pallore, era un ragazzo timido e scontroso, abituato a vivere in strada, finché il mestiere di attore non lo portò sui palchi improvvisati della scena newyorkese. Cresciuto tra coloro che frequentavano la ‘factory’ di Roger Corman, esordì nel primo lungometraggio di De Palma (Oggi sposi, 1966), ma fu con Il Clan dei Barker di Corman (1970) e soprattutto con Mean Streets. Domenica in chiesa, lunedì all’inferno di Scorsese (1973) che mise davvero in luce quelli che sarebbero stati i caratteri peculiari del suo stile. Irriverente, imprevedibile, magnetico, in bilico fra estremi opposti, a tratti teso verso una sorta di nichilismo, Robert De Niro acquistò definitiva notorietà sfidando il fantasma di Marlon Brando ne Il Padrino. Parte II (1974). Nella strepitosa parte del giovane Don Vito Corleone (con cui vinse l’Oscar come attore non protagonista), confezionò un perfetto intreccio di gesti e sguardi allusivi con cui rendere, in nuce, l’orgoglioso distacco dell’uomo che era stato Brando nel Padrino.
La capacità polimorfica e l’intensità nel manifestare il dissidio interiore, la lotta contro i propri dèmoni e il bisogno mai soddisfatto di esplorare la parte oscura di se stessi fecero di De Niro l’attore più adatto alla ricerca di Scorsese fino ai primi anni ’90. L’“uomo del sottosuolo” di Taxi Driver (1976), il sassofonista di New York New York (1977), il pugile di Toro Scatenato (Oscar nel 1980), il comico frustrato di Re per una notte (1983) e il mobster di Quei bravi ragazzi (1990). Senza dimenticare la straordinaria interpretazione del reduce dal Vietnam in Il cacciatore di Michael Cimino (1978) né quella del gangster tormentato di C’era una volta in America (Sergio Leone,1984).
Dal 1990, alcune interpretazioni (ad es., Frankenstein di Mary Shelley di Kenneth Branagh, 1994) hanno spinto i critici a domandarsi quali fossero le reali motivazioni di De Niro. Secondo voci di corridoio, avrebbe prevalso la necessità di raccogliere fondi per la casa di produzione – TriBeCa – con cui egli ha cercato di dare nuova linfa al cinema newyorkese. In generale, i detrattori sostengono che, fuori dai ruoli segnati dall’ambiguità, De Niro non ha saputo reggere il confronto con se stesso. Solo il ritorno con Scorsese in Casinò (1995) ne restituirebbe il valore. In realtà, è stata forse proprio la voglia di non copiare se stesso a spingere De Niro, a differenza di attori della sua generazione, verso nuove sfide, come nella commedia di McNaughton "Lo sbirro, il boss e la bionda" del 1993 o come nel recentissimo "Ti presento i miei" di J. Roach.
Doppiato meravigliosamente dall’indimenticabile voce di Ferruccio Amendola, Robert De Niro, sornione come sempre, ha accettato, ancora una volta, la sfida. Decidere se si tratti di decadenza sarebbe inadeguato come è inadeguato decretare con certezza la decadenza di Jake La Motta, al termine di Toro Scatenato. Mentre si prepara a entrare in scena, anziché salire sul ring, Jake-Robert, monumentale quasi fosse l’icona di Marlon Brando, sferra pugni pesanti nell’aria, e poi pronuncia una sorta di ritornello: «… per cui datemi un’arena e Jake il toro si scatena. Perché oltre al pugilato sono attore raffinato. Questo è spettacolo!».



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