Se c’è un filo rouge in questa edizione della Berlinale è senza dubbio quello della femminilità. Certo, se la maggior parte dei film avessero avuto come protagonisti degli uomini, nessuno se ne sarebbe accorto, sarebbe stato normale, non qualcosa da notare. Le donne al cinema però latitano quando si parla di ruoli principali: sembra che facciano incassare di meno. Ecco quindi che vedere così tante protagonist-e diventa una particolarità. Dopo “Le vite segrete di Pippa-Lee”, “Cherì”, “Katalyn Verga”, “Happy Tears” (solo per rimanere ai film presentati negli ultimi due giorni), ecco ieri “The milk of sorrow”, “Hilde” e “My one and only”, tre film, tre donne al centro di storie.
Partiamo dalla Zellweger e dalla sua ultima fatica, “My one and only”.
Siamo negli anni ´60 e Anne Deveraux ha appena trovato il marito (Kevin Bacon)
a letto con un’altra. Decide quindi di raccogliere tutti i suoi averi, prendere
i due figli adolescenti a scuola, e partire senza meta alla ricerca di un nuovo
luogo dove vivere. Ecco quindi: Boston, Pittsburgh, Saint Louis e Los Angeles.
Delusioni, ma anche tappe di crescita. Peccato che a parte il tono pseudo
ironico con cui ci si approcci alla tematica “famiglia”, il film sia composto
da così tanti personaggi poco credibili (su tutti quello della Zellwegger,
tutta faccine stucchevole ingenuità) che i 110 minuti sembrino infiniti. In
sala comunque in molti hanno apprezzato (utilizziamo come misurometro
l’applauso a fine proiezione), chissà quindi che non sia questo un candidato
alla vittoria finale (noi speriamo di no, ma non è che il resto della
manifestazione ci abbia fatto impazzire…)
Altro grande personaggio di giornata è stato Hildegard Knef, famosissima attrice e cantante tedesca degli anni ´60, a cui stato dedicato il biografico “Hilde”. Anche i tedeschi hanno la loro Edith Piaf verrebbe da dire, visti i tanti richiami (nella struttura narrativa nonchè nella presentazione delle scene cantate) con il recente e bel “La vie en rose”. Peccato però che, al di là delle intenzioni, la regia di Kai Wessel risulti poco più curata di quanto si sarebbe fatto per uno sceneggiato televisivo (così come la piatta sceneggiatura), mentre la bella Heike Makatasch non sembra avere il carisma necessario per interpretare una donna che fece sognare tedeschi (e un po’ anche gli americani) grazie al suo irresistibile mix di bellezza e talento.
E’ vero, da questi vari diari quotidiani berlinese, sembra che non ci stia piacendo nulla, ma sia chiaro che non si ha nessuna puzza sotto al naso, o che manchi la disponibilità a interpretare o apprezzare anche il più criptico dei film. Il problema è che davvero ciò che passa il convento risulta spesso o anonimo o presuntuoso o stupido o semplicemente senza una “storia”. Va bene avere un’idea, ma se poi lo spunto iniziale rimane fermo dall’inizio alla fine, se non ci sono evoluzioni, perché farne un film? Pensate solo che a questo punto diventa atteso il seguito della Pantera Rosa, in programma quest’oggi.
Ultimo film della giornata, anche questo in competizione, è stato il peruviano “The milk of sorrow”. La storia?Una ragazza indio scopre di avere una patata (il tubero vero e proprio, nessun gioco di parole) dentro la vagina. In più: gli muore la zia, la padrona della casa dove lavora come domestica la tratta malissimo e tutte le sue amiche si sposano (eventi che sul morale di una donna single pesano tantissimo). Pessimismo e castigo. Sicuramente la patata è un simbolo per la cultura peruviana (di cosa non è chiaro), nella storia ci sono riferimenti che gli stranieri non sono in grado di cogliere e apprezzare, ma dopo la storia della vagina dentata di “Denti”, uscito qualche mese fa anche in Italia, è davvero il momento di lanciare a livello mondiale un trend di pellicole sulla conchiglia?





